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Guida di sopravvivenza AL chitarrista: i rapporti tra chitarristi all’interno della band
Guida di sopravvivenza AL chitarrista: i rapporti tra chitarristi all’interno della band
di [user #19807] - pubblicato il

Come convivono più chitarristi, prime donne, all'interno di una band? La divertente guida del nostro lettore si conclude con l'elemento più delicato!
Questo è l’elemento cardine del funzionamento o della sopravvivenza di un gruppo. Niente è più importante di questo fattore per la sopravvivenza della band, perché in questo delicato equilibrio di frasi dette e non dette, di sguardi significativi, di smorfie più o meno accennate, di amabili - e ipocrite - cortesie di facciata (“questo assolo fallo tu” “no fallo tu, viene meglio se fatto con i tuoi single coil” “forse, ma il tuo humbucker unito alla cremosità del tuo overdrive dà una resa migliore” ecc.) si gioca una partita importante.
E non crediate che se avete (o meglio dire "hanno", voi non contate un c...) già definito in precedenza i ruoli su chi sia il solista e chi il ritmico il problema sia risolto: qualunque chitarrista, sia solista sia ritmico è, prima di tutto, un chitarrista e quindi ha tutti i cromosomi dello spaccamaroni e scassatimpani, e anche se non farà assolo tenderà a soverchiare con i Suoi accordi aperti al massimo della distorsione (e del volume) le prodezze del solista il quale, dovendo a Sua volta emergere, eviterà accuratamente le note basse e medie dello spettro sonoro per lanciarsi in lancinanti fischi e svisate alla Hendrix innescando paurosi feedback e sancendo il trionfo definitivo dell’effetto larsen sulla melodia.
È inoltre curioso osservare che, quando alle nostre orecchie sarebbe gradito per esempio in un pezzo country-rock un arpeggio della chitarra ritmica con dei bei accordi aperti, per esempio un bel La minore in prima posizione seguito da un Do maggiore ancora in prima e magari un Mi minore in seconda, suoni puliti e cristallini, intelleggibili e di grande pathos, il chitarrista ritmico imbraccia il manico della Sua arma letale con un piglio alla Schwartzenegger e si lancia in un La minore in barrè al 5° tasto (e vabbè, ci può stare) poi va a un do maggiore in barrè al 8° (e qui già…) e infine a un mi minore al 12°, incrociandosi le dita perché infilare i quattro ditoni in uno spazio di due centimetri quadrati non riuscì neppure a Houdini. Imprimere una forza tremenda con pollice e indice per fare questi barrè assurdi e pretendere che le note suonino tutte è quanto meno fantascientifico, ma non osate farlo notare a LUI, guai! Neppure a seguito dei crampi lancinanti che lo assalgono dopo 10 secondi (e ti credo) cambierà idea sulla bontà della Sua impostazione.
Al contrario, se il Nostro deve fare una bella ritmica con fuzz, distorsore, overdrive e ninja boostovviamente tutti insieme ed eseguire la medesima scansione di accordi, state sicuri che li farà TUTTI APERTI in prima posizione, creando un pappone orrendo di suoni indecifrabili (e ovviamente scordati), ai quali il solista risponderà con assurdi latrati del mi cantino tirato all’inverosimile e la leva usata a mo’ di vanga con ampie rotazioni del braccio destro ed espressioni del viso vagamente da minus habens.
È del tutto superfluo ricordare che quando si innesca questa situazione bellica noi non-chitarristi non dovremo proferire verbo e questo perché:
1 - non siamo chitarristi e quindi non capiamo un c…;
2 - per sopravvivenza pura e semplice lasciamo che si scannino tra di loro, ne trarremo solo giovamento, e magari “alla fine ne rimarrà uno solo” (Highlander l’ultimo immortale, cit.);
3 - guardate le loro facce di sfida e i ghigni che si scambiano, sono uno spettacolo!

A questo punto cerchiamo di analizzare più nel dettaglio alcuni momenti in cui il gruppo affronta la propria ragion d’essere, di cui abbiamo accennato nelle pagine precedenti: le prove e il concerto.

Le prove
Generalmente le prove sono la parte più noiosa (ma necessaria) nell’attività di una band, e questo in modo particolare per Chi (e voi già sapete di chi parlo) è intimamente convinto che non è Lui ad aver necessità di dover provare, ma piuttosto quegli sciagurati che Lo accompagnano in questo cammino di lacrime e sangue (e questo vale per tutti i componenti non chitarristi della band).
Scopo delle prove, generalmente, è quello di impostare e via via raffinare i brani che compongono il repertorio. Oggettivamente dovrebbe essere un lavoro di cesello, di rifinitura di ciò che funziona di meno, di strutturare le canzoni in modo che tutti sappiano più o meno quello che stanno suonando nello stesso momento, almeno per iniziare e finire tutti insieme. I più perfezionisti ne approfittano anche per verificare quali suoni siano più indicati in quel particolare pezzo, altri osano anche studiare riff o abbellimenti, ma qui siamo su un piano quasi esoterico, da fantascienza per una comune rock band di amatori.
LUI no!
LUI deve sfogarsi, manifestare il suo ego spropositato, svisare, imperversare su e giù per la tastiera, provare l’ennesimo (inutile) pedalino appena trovato in offerta a millemila euri su improbabili siti web tipo www tifrego com oppure www truffemusicali com che solo LUI è convinto di conoscere e di cui è frequent client.
Inoltre, un po’ per ribadire la propria supremazia all’interno della band, un po’ per puro e genetico sbattecazzismo chitarristico, LUI non è mai in orario alle prove: semmai sono gli altri che arrivano troppo presto. Se l’orario d’inizio è fissato per le 21:00, mentre gli altri alle 20:45 sono già in sala ad armamentare i propri oggetti di piacere in modo da iniziare più o meno puntuali, LUI arriva alle 21:20 con una seraficità olimpica. Saluta i subalterni con un rutto poderoso e comincia a pistolare con tutta tranquillità fra pedali, cavi, chitarre, plettri, corde, cianfrusaglie varie. Voi ovviamente aspettate con tutta la calma necessaria, non osando fare alcun riferimento all’orologio che corre e lasciando che l’adrenalina che nel frattempo avevate accumulato si sciolga come neve al sole e con lei l’entusiasmo per quella che da una serata di gioia si trasformerà in una giornata tipo stendere l’asfalto a ferragosto.
Ovviamente le prove non saranno mai strutturate secondo la finalità citata all’inizio del paragrafo: LUI annuncerà con voce tonante “adesso proviamo questa” iniziando con una svisata che sembra un gatto presso in mezzo a una porta, e tirerà dritto per tutto il brano a una velocità tre volte tanto quella concordata, con un fuzz tremendo lanciando nel frattempo urla belluine, soprassedendo a tutti gli errori in cui si incorre nell’esecuzione e finendo con una serie di power chords finali, al termine dei quali accorderà la chitarra per novecentotrentaseiesima volta chiedendo il silenzio assoluto, “sennò l’accordatore non funziona bene”!
Voi sopportate, annuite, vi scambiate sorrisini di circostanza che sembrano paresi facciali, vi guardate l’un l’altro con espressione angosciata e, alla fine, dopo un’accennata alzata di spalle, passate al prossimo brano.
Ma anche questa tortura ha una sua ragion d’essere, e vi consentirà di giungere preparati (ehm, ehm) alla tanto agognata esibizione live.

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L’esibizione live
Anche in tali sporadiche circostanze si verificano le situazioni già sperimentate in sala prove. Voi cinque ore prima siete già sul luogo dell’esibizione, avete scaricato il materiale e lo avete posizionato sul palco, cominciate ad accordare gli strumenti e a cercare i suoni che ritenete, poveri illusi, di utilizzare durante la serata. L’impianto voci è quasi del tutto montato, i microfoni posizionati, vi bevete una birretta e scherzate in maniera amena e giocosa tra di voi quando, a meno di un’ora dall’inizio dell’esibizione, introdotto da un possente rutto in si bemolle maggiore entra nel locale... LUI.
Nel caso sia di buon umore e bello carico, vi saluta con un cenno del capo, indicandovi nel frattempo dove è parcheggiata la Sua auto con il Suo equipaggiamento, al che voi scattate come un sol uomo e vi precipitate a scaricare chitarre, borse, borsone e borsine e a portarle sul palco. Nel frattempo a LUI sono bastati quattro secondi per dare un’occhiata indagatrice e proferire un’oscena bestemmia di contrarietà circa il posizionamento di impianto, amplificatori, strumenti e microfoni da voi allestito ore prima. Sbuffando come un mantice, vi manderà a prendergli una birra formato Oktoberfest mentre LUI in persona risistemerà il tutto come LUI comanda, ordinando nel frattempo la cena per tutti (bontà Sua) e gridando di fare in fretta perché è tardi!
Abbiamo già descritto come viene condotto il sound check e come, nell’arco di pochi minuti, tutto il lavoro relativo vada in vacca per la folle corsa agli armamenti, volevo dire al rialzo dei volumi, avviato e attuato principalmente dai chitarristi sul palco.
Di solito il pubblico che assiste a queste esibizioni, effettuate in localetti e/o pub di quart’ordine, è formato da avventori in questa percentuale:
- il 70% da persone che non sono minimamente interessate a chi stia sul palco e soprattutto perché quel branco di ex giovani armati di chitarre si ostinino a suonare così forte, non permettendo loro di gustare la partita di calcio sul megaschermo, privandoli in tal modo dell’indispensabile e oscena telecronaca;
- il 25% è formato da alcune fidanzate/mogli della categoria precedente con bambini al seguito, impegnate a spettegolare delle amiche assenti ma, a causa del rumore tipo aeroporto di Fiumicino nella settimana di ferragosto prodotto dalla band, non riescono a svolgere questo impegno primario e devono quindi uscire dal locale;
- il 5% restante è formato da: amici della band, camerieri, ubriachi all’ultimo stadio, vagabondi vari, per cui l’interesse per ciò che avviene sul palco varia da un massimo di un’occhiata in tralice al minimo della corsa al bar o al cesso durante uno dei tanti, immancabili assolo di chitarra.

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Questo è un fatto noto a tutti tranne che ai chitarristi solisti: in genere più o meno qualcuno del pubblico ascolta il brano proposto, o per vedere se riesce a riconoscerlo e a canticchiarlo nel caso si tratti di una cover, o per decidere se gli piaccia o meno nel caso di un brano originale; tutti però, e veramente tutti, all’inizio dell’assolo di chitarra o vanno a fumare una sigaretta all’esterno o si dirigono al bancone del bar per una birra o vanno in bagno a evacuare la birra precedente.
LUI, incurante di tutto questo, ingobbito su sé stesso e con lo sguardo fisso sulla tastiera della propria chitarra, all’avvicinarsi del momento dedicato all’assolo, inizia un curioso ballo di tip tap sui pedali degli effetti - sbagliandoli quasi sempre - e si lancia in masturbazioni chitarristiche forsennate, a volte addirittura in tonalità corretta (ma non sempre) e per tre minuti - ben centoottanta secondi, sono tanti, eh? - il mondo esterno non esiste più. A testa bassa il Suo universo si trasforma in un’Arena dove decine di migliaia di fan urlanti e invasati ascoltano rapiti i Suoi virtuosismi e i compagni del gruppo lavorano sorridenti e soddisfatti per LUI al fine di garantirGli la necessaria base per i Suoi funambolismi.
Questo nel Suo mondo.
Nel mondo reale, i membri della band stanno chi sbadigliando (di solito il tastierista) chi bevendo una birra con la mano sinistra mentre con la destra suona a caso le corde a vuoto (il bassista), chi flirtando con la biondina in prima fila (il chitarrista ritmico) chi agitandosi come un tarantolato fra pelli e tamburi in un bagno di sudore. Con una curiosa simmetria temporale, lo sciacquone del bagno, il rumore delle birre posate sul tavolo e della porta di ingresso che si richiude coincidono con la fine dell’assolo! I componenti del gruppo si ricompongono e il brano giunge al termine.

Ad ogni modo, bene o male, anche il concerto finisce: si salutano i pochi amici superstiti che si stanno trangugiando la quinta birra media della serata e si inizia mestamente a smontare il tutto. LUI, imperterrito, scende dal palco come il papa dalla sedia gestatoria, benedice qua e là qualche cliente semi assopito, strizza l’occhio alla cameriera che in realtà non vede l’ora di andare a casa perché ha i piedi gonfi e le orecchie sanguinanti, e con sovrano aplomb ordina una bottiglietta di acqua minerale per reidratarsi e osservare le formichine dei Suoi sottoposti che, sbuffando, caricano le quintalate di materiale nelle rispettive vetture, compresa la Sua, mentre Egli si gode, nella Sua mente ottenebrata da scompensi psichici sempre più evidenti, il successo della Sua esibizione, non mancando di rimproverare bonariamente i Suoi sottoposti (tali infatti considera i colleghi) su impercettibili errori di esecuzione nel corso della serata, trascurando naturalmente e volutamente di fare cenno alle Sue numerose e spaventose cappelle durante assolo e riff.

Conclusioni
Questo breve manuale è stato concepito principalmente per far comprendere ai componenti non chitarrosi di tutte le band che le situazioni paradossali che si verificano all’interno di un gruppo e che noi crediamo di essere gli unici sventurati a vivere come fossimo in un incubo, in realtà sono condivise da tutte le band, grandi e piccole, famose o sconosciute, che si agitano nel panorama mondiale della musica rock.
Quindi, cari amici e compagni di avventura, tranquillizzatevi.
Inoltre, una volta capito come funziona e qual è la distorta funzione cerebrale dei nostri amici chitarristi, di come e perché si innescano in Loro certi meccanismi mentali e comportamentali, vedrete che ci sarà più facile comprenderLi e quindi non farci trascinare nel vortice della Loro pazzia. Anzi, vedrete che diventeranno alcuni tra i nostri migliori amici, ovviamente a patto che assumiate un atteggiamento serio e pensoso quando vi parleranno della necessità di usare una scalatura di corde .010 anziché .009 (e parliamo di un decimo di millimetro, ma per loro è come se si stesse discutendo del diametro dei tiranti del ponte di San Francisco, ma non ditelo, mai!). Condividiamo la Loro preoccupazione quando ci metteranno al corrente che se nel ’74 Jimmy Page non avesse usato quel particolare humbucker montato sulla sua Les Paul Standard in quel concerto all’Hammersmith Odeon di Londra, la storia della musica rock sarebbe stata completamente diversa, e forse noi a quest’ora non saremmo neppure qui.
AssecondateLi, sempre! Non contradditeLi, mai!
AscoltateLi quando vi terranno occupati un quarto d’ora parlandovi delle differenze di suono prodotte dai vari plettri, dei pedalini comprati il giorno prima ma che non li soddisfano per cui dovranno impegnare qui due euro appena guadagnati comprando un nuovo superoverdrive, o sul fatto che “la gente non capisce niente, va a sentire le tribute band e noi, che facciamo qualcosa di nuovo (?!?) non ci caga nessuno!”.
Se osserverete queste poche e semplici regolette il vostro gruppo salirà nell’empireo dell’olimpo rock o perlomeno in quello del vostro quartiere, e voi potrete raccontare ai vostri nipotini con che genio abbiate suonato (e trascorso) gli anni più belli della vostra vita.
Ma capirete anche che forse, tutto sommato, il fatto che abbiate scelto di suonare la batteria, il basso o una tastiera vi abbia salvato la vita.

L’autore
Nato (molti anni fa) a San Marino, dove vive da sempre, svolge la professione di funzionario diplomatico presso il locale Ministero degli Affari Esteri. Sostanzialmente avrebbe voluto fare il musicista, ma lo scarso talento lo ha convinto che, se voleva mangiare, avrebbe dovuto fare altro. Musicante fin da bambino, strimpella diversi strumenti anche se il basso elettrico è diventato lo strumento d’elezione. Al momento dedica il suo tempo libero lasciatogli dal lavoro, dalla moglie e dal gatto suonando in tre gruppi rock; nel passato però ha fatto parte anche di gruppi che spaziavano dal folk, al country, al rock classico, al rock demenziale, in tribute band ante litteram, orchestre sinfoniche, da camera, di musica barocca e medievale, bande (militari e non) e jazz band, imperversando di volta in volta con contrabbasso, tromba, chitarra, chiarina e basso elettrico, oltre ad aver cantato in un coro.
Attualmente sta cercando di imparare a suonare il trombone a coulisse.
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