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A Sanremo ha vinto il rock: e giù tutti a indignarsi
A Sanremo ha vinto il rock: e giù tutti a indignarsi
di [user #17844] - pubblicato il

È questo il titolo che ha spaccato l’opinione pubblica. I Måneskin si aggiudicano il primo posto al Festival di Sanremo 2021: ecco cosa può voler dire, dalla scelta all’accusa di plagio.
Il 71esimo Festival Della Canzone Italiana si è concluso ieri sera (o stanotte, o stamattina…) con la vittoria dei Maneskin (anzi, Måneskin). Per qualche motivo questa cosa ha letteralmente destabilizzato i musicisti in ascolto, che sono andati in un corto circuito di emozioni contrastanti.

Forse complice la permanenza forzata a casa, mai come quest’anno musicisti e appassionati hanno deciso di seguire il Festival di Sanremo e condividerne prontamente le proprie impressioni sui social.
Come ogni anno, il pubblico “musicale” era essenzialmente così composto:

Il simpaticone
Il wannabe Jackal, quello che ha aggiornato i propri amici su Facebook con continue stoccate più o meno divertenti. Spesso meno. Ma acide sempre.

L’amicone
Vorrebbe entrare nell’orchestra di Sanremo, quindi sceglie di prenderne le parti e non perde occasione per complimentarsi con gli arrangiatori, il direttore (o direttrice, ma questa è un’altra storia), gli orchestranti che prontamente fotografa e pubblica con un “in bocca al lupo”, perché chiaramente grandi amici suoi fin da quando quella volta hanno messo mi piace a un suo commento.

Il Non Guardo Sanremo
Ma poi lo guarda. E non perde occasione per far notare quanto gli faccia schifo.

Il ghost
Non pubblica niente, lascia un pollice alzato al post del vip sulla propria bacheca, una reazione “ahah” qua e là, ma non si sbilancia. Forse vuole entrare anche lui nell’orchestra, ma non vuole farlo sapere ai “non guardo Sanremo”.

Gli altri
Sì, c’è anche qualcuno normale a guardare (o non guardare) Sanremo. Ma loro non fanno notizia.

Fin qui, tutto regolare. Poi però a vincere è la canzone “Zitti e buoni” dei Måneskin, e il popolo va in tilt.



I giornali titolano “a Sanremo vince il rock”, e i fan dei Deep Purple (per dirne uno a caso, eh) giù a indignarsi.
“Quello non è rock!” si leva un coro dal basso ventre del web.
- “Avreste preferito veder vincere Aiello?”
- “Eh no, vabbè, però…”
E parte il corto circuito.



E, attenzione, non si tratta nemmeno di scegliere il proverbiale male minore: la vittoria dei Måneskin dà un segnale chiaro e forte alla scena musicale (e radiofonica, e tutto quello che c’è intorno).

La modesta opinione di chi scrive è che a Sanremo n.71 hanno vinto una chitarra elettrica, un basso sporchissimo, una batteria pestata malamente. Questo, dopo un anno e più di autotune (non sempre usato come scelta stilistica), derivati del rap con rime opinabili e difetti di pronuncia pesanti.

Una vittoria a Sanremo può voler dire tutto e niente per un artista, le radio sono già invase da Fedez e Colapesce, ma la preferenza di tecnici e pubblico verso le sonorità distorte di un quartetto di adorabili androgini in calzamaglia è un segnale inequivocabile: il desiderio di rock è ancora vivo, in qualsiasi forma arrivi.

Si potrebbe contestare ai Måneskin di non aver inventato nulla di nuovo. È vero: i riff potrebbero essere usciti fuori da qualsiasi sala prove dell’underground provinciale anni ’90, i costumi sembrano acquistati direttamente da Vinted grazie a una svendita di qualche band hair metal est europea degli anni ’80. Ma sono gli ingredienti che piacciono a tantissimi tra noi. E non può che essere un segnale positivo dal punto di vista di chi ama chitarra, batteria, basso, voci graffianti.

A proposito di non aver inventato nulla di nuovo: in questi giorni “Zitti e buoni” è stata anche al centro di un ciclone per un’ipotesi di plagio (poi esclusa dalla perizia Rai). Il brano copiato sarebbe “F.D.T.” di Anthony Laszlo.



Lo stile è simile, non si può negare. Come, d’altra parte, può dirsi tutto sommato simile a metà della produzione rock alternative anni ’90 e inizio 2000, fino a qualcosa del più recente Jack White, qua e là.
Sicuramente a tradire l’orecchio c’è la linea “fuori di testa”, che vuole subito portare il cervello ad accomunare i due brani. Tuttavia, anche in quel frangente la melodia è semplicemente diversa.
Si somigliano? Certo. È un plagio? Meh.

Quindi, dove hanno vinto i Måneskin?
Hanno vinto in un evento dove la musica in sé è stata quasi marginale. Ci si è soffermati sulle questioni di genere, sull’assenza di pubblico, su mille altre faccende. Ben poco sulle canzoni.
Quello che ne è venuto fuori è stato a metà tra una sfilata milanese e una performance teatrale.
Il trionfo dei Måneskin rappresenta insomma la vittoria delle note in un evento che sembra volerle mettere in secondo piano a tutti i costi.

Amadeus direttore artistico convince sempre a metà. Come intrattenitore, sicuramente meno, a causa della capacità di improvvisare di una cipolla.



Tra un brano e l’altro, le interminabili gag di un Fiorello che, con la complicità un po’ ingessata del presentatore, sfiorano più volte il cringe puro.
Nella scaletta già lunga di per sé, mettiamoci un Achille Lauro a fare da padrino morale dell’evento: può piacere o non piacere, e a me non piace. Semplicemente non lo capisco e nessuno finora è riuscito a spiegarmelo in maniera convincente.
Nel mix spicca come una mosca bianca la veterana Orietta Berti, che tira fuori dall’ampia casacca paillettata una canzone sanremese da manuale. Zia Orietta forse è l’unica ad aver messo d’accordo tutti: non ha cannato una nota, la melodia c’è, l’arrangiamento pure, e poi lei è adorabile.
Eppure, se avesse vinto lei, il festival avrebbe compiuto un balzo indietro di almeno 40 anni, stilisticamente parlando.



È questo il Festival che i Måneskin hanno vinto.
Ciò ne fa la miglior band italiana? Certamente no. Tuttavia, se oggi un solo ragazzino dovesse decidere di imbracciare una chitarra grazie al loro riff, la loro vittoria sarà stata anche nostra.
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