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Il sorriso illegale di John Prine
Il sorriso illegale di John Prine
di [user #3] - pubblicato il

Il 7 aprile 2020, esattamente un anno fa, moriva John Prine per le conseguenze del Covid. La prima ricorrenza della sua scomparsa è l’occasione per raccontare un songwriter geniale, al punto che molti lo equiparano a Bob Dylan.
Sale sul palco con modestia, quasi schivo, canta senza strafare. Il suo lavoro con la chitarra è minimalista, non si lascia andare a virtuosismi. Lo show comincia piano, ma dopo un paio di canzoni anche gli ubriachi cominciano ad ascoltare. E a quel punto ti ha in pugno, non riesci più a staccarti. È John Prine, songwriter prolifico e geniale che per mezzo secolo ha dato un contributo determinante alla musica root d'Oltreoceano. Kris Kristofferson lo ha recentemente ricordato così:
 
John Prine non è stato il più celebre songwriter degli ultimi cinquant’anni, ma è stato uno dei più amati. Il popolo dei suoi fan si aggrappa alle sue canzoni come fossero dei salvagente e considera come persone di famiglia i protagonisti delle sue storie. E continua a celebrarlo, a un anno dalla sua scomparsa per Covid, con una affetto difficile da spiegare se non si conoscono le sue canzoni.

Da ragazzo John Prine era un sognatore. Non faceva quasi nulla, se non restare ore a guardare fuori dalla finestra immaginando storie. Fu Dave, fratello maggiore e buon musicista, a pensare che uno così avrebbe potuto appassionarsi alla chitarra e gli insegnò i primi accordi. Fu amore a prima vista, John cominciò a suonare e non smise più. A differenza di tanti musicisti completò gli studi e trovò un lavoro normale, faceva il portalettere. Mentre girava per consegnare la posta componeva le sue melodie canticchiandole per strada, poi alla fine del turno le provava con la chitarra. Non smise di fare musica neppure nei due anni di servizio militare in Germania, tra il 1966 e il 1968, dove si fece spedire la chitarra con cui intratteneva i commilitoni. Quando tornò ricominciò a consegnare posta, a sognare melodie, a raccontare storie e a canticchiare mentre camminava da una casa all'altra.

Il sorriso illegale di John Prine

Sarebbe continuata così la sua vita - e il mondo non avrebbe avuto uno dei suoi più straordinari e geniali songwriter - se nel 1969 un amico non lo avesse convinto a esibirsi all’open-mic del Fifth Peg, un bar frequentato da studenti e insegnanti della Old Town School of Folk Music di Chicago. Riluttante, più riservato che timido, John Prine si mise al collo la D-28 e cominciò a suonare le sue canzoni. La prima fu “Old folks”, il capolavoro successivamente rinominato “Hello in there”.



Proseguì il set con "Paradise" (qui in una rarissima versione improvvisata nel giardino di casa)...



Chiuse il set con "Sam Stone", ballata pacifista dolce, atroce e toccante, dedicata ai reduci del Vietnam (quando si ascolta John Prine vale sempre la pena di attivare i sottotitoli e seguire i testi, ma qui lo è ancora di più, inclusa l’introduzione).



Alla fine del terzo brano il pubblico restò per vari secondi in silenzio, basito, quasi ipnotizzato. Poi esplose in un applauso scrosciante, che sembrava non dover smettere più. Il gestore del bar gli propose di tornare ogni sera e gli offrì una paga. Cominciò così la carriera di John Prine, che nel corso degli anni raccolse l’apprezzamento dei grandi della musica, sempre con la delicatezza e la modestia che erano il tratto più profondo della sua personalità. Dopo averlo sentito per la prima volta, Kris Kristofferson lo paragonò al giovane Bob Dylan e questi, a sua volta, lo accostò a Marcel Proust.

John Prine era un uomo libero e forse anche per questo la sua esperienza con le case discografiche fu frustrante. Nonostante il costante successo di critica, i suoi dischi non decollavano: le etichette lo apprezzavano come songwriter, ma non avevano fiducia nel suo valore di performer e non lo promuovevano. Dopo averne girate un gran numero si decise a fare da solo e nel 1980 fondò un’etichetta indipendente, la Oh Boy Records, con cui tutta la sua produzione successiva ebbe fama e diffusione che meritava. Quattro Grammy con tredici nomination e vari riconoscimenti di assoluto rilievo tra cui Lifetime achievement award, membro della Songwriters hall of fame, Lifetime achievement award for songwriting, laurea honoris causa in poetica dall’università dell’Illinois.

I testi sono una componente essenziale della qualità dell’opera di John Prine, un poeta che riesce a raccontare situazioni anche drammatiche senza mai rinunciare all’ironia. Racconta anche vicende tristi, ma sempre con leggerezza e un pizzico dell' "illegal smile" che lo rende unico. Esempio straordinario è “That's the way the world goes round”, in cui l’imprevedibilità della vita viene raccontata con le immagini delicate che sono esclusiva dei poeti:
 
Ero seduto nella vasca e mi contavo le dita dei piedi
Quando il calorifero si ruppe e l’acqua congelò completamente
Ero bloccato nel ghiaccio, senza vestiti
Nudo come gli occhi di un clown.
Piangevo cubetti di ghiaccio, pregavo di morire
Quando il sole entrò dalla finestra e il ghiaccio si sciolse
Balzai in piedi ridendo, pensando che fosse tutto uno scherzo
È così che va il mondo.

Da segnalare questa vecchia versione in cui compaiono anche Lyle Lovett e un giovanissimo Marty Stuart. Tutta da gustare la semplicità del suo playing.



Altrettanto intensa e al contempo esilarante, a partire dall'introduzione parlata, "All the best", dedicata alla prima moglie dopo il divorzio ("un paio di anni fa per Natale ho ricevuto un divorzio, così sono uscito, mi sono comprato un trenino elettrico e l'ho inchiodato al tavolo del soggiorno. Finalmente potevo farlo".)

 

I testi di John Prine sono geniali, ma altrettanto lo è la sua musica. Minimalista, essenziale, è costruita su melodie che a un ascolto superficiale possono sembrare scontate, ma che in realtà contengono sempre un pizzico di quell’ingrediente magico riservato ai grandi artisti e che fa la differenza tra la musica come tanta e i capolavori. E infatti di capolavori ne ha prodotti John Prine, fino a “I remember everything”, ultimo brano inciso nella sua vita. Innumerevoli critici e appassionati di musica (incluso chi scrive) considerano "I remember everything" come una delle ballate più intense, struggenti ed emozionanti nella storia. Il brano fa parte dell’album di commiato Tree of forgiveness, sintesi di cinquant'anni di carriera e il primo album di brani originali dopo Fair and square del 2005 che gli portò il primo Grammy. Il brano "I remember everything" è stato insignito lo scorso marzo con un doppio Grammy, come best American roots performance e best American roots song.



Mezzo secolo di carriera artistica e vicende umane, malattie e resurrezioni hanno fatto di John Prine un uomo illuminato, oltre che eccelso artista. Tra tante testimonianze c'è il brano “When I get to heaven”, scritto nel 2018 poco dopo aver sconfitto il secondo tumore e con cui ha voluto chiudere Tree of forgiveness. Costretto dalla malattia a rinunciare ad alcuni piaceri della vita, John condivide con gli ascoltatori il suo programma per quando salirà in paradiso: ritrovare i suoi cari, mettere in piedi una rock band, eliminare l'orologio e starsene seduto su un arcobaleno per fumare una sigaretta “lunga nove miglia” e bere il suo cocktail preferito a base di vodka e ginger ale.



Il chitarrismo di John Prine è minimalista, un Travis picking essenziale eppure di straordinaria efficacia. Chi vuole suonare i suoi pezzi non dia retta alle numerose lezioni sparse per la Rete in cui si dice che John usava tre dita. No, lui usa sempre e solo thumbpick e indice. La grande disponibilità di video su YouTube rende molto facile e appagante lo studio delle sue canzoni anche solo per imitazione a chi abbia un minimo di dimestichezza con il fingerstyle di base. La gran parte delle ballate di John Prine si basano su tre accordi (“gli unici che conosco”), sufficienti a esprimere tutto quello che la voce unica, resa roca dagli anni e dalla malattia, ha da raccontare.

Il sorriso illegale di John Prine

La chitarra protagonista del sound di John Prine è una Martin D-28 del 1968 che lo ha accompagnato per tutta la vita. Quando la chitarra cadde e il manico si ruppe nel 2007 il suo guitar tech era devastato dal dispiacere, ma il commento di John fu semplicemente "Shit happens, we'll get it fixed". E così fu. Ma nel 2017 la D-28 era davvero ridotta all'osso, tanto che Chris Martin gli propose di produrne una replica in serie limitata di 70 strumenti. John da allora ha portato sul palco il prototipo, l'unico che oltre alle ali di "Angel from Montgomery" sulla paletta ha anche la sua firma in madreperla intarsiata all'ultimo tasto. Per il lavoro ritmico con il plettro usava due Gibson J-200 di cui una accordata un tono sotto. Occasionalmente è comparso con altre chitarre, anche elettriche, tra cui una Fender Stratocaster negli anni '70. Aveva anche una Gibson Super 400 N che usava quasi esclusivamente in casa, recentemente permutata con l'amico George Gruhn per altre chitarre poi usate sul palco della Grand Ole Opry per il concerto di capodanno 2019. George Gruhn lo ricorda così.

Il sorriso illegale di John Prine

John Prine è morto il 7 aprile del 2020 per complicazioni da Covid dopo vari giorni di degenza in rianimazione. Da Bruce Springsteen a Emmylou Harris, da Roger Waters a Bonnie Raitt il cordoglio è stato unanime e sincero. La musica ha perso un artista di valore assoluto, il mondo ha perso un essere umano unico e speciale. John Prine lascia una discografia ricca e variegata, in cui racconta con la sua intensità gentile mezzo secolo di storia del popolo degli Stati Uniti.
john prine
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