La genealogia del Big Muff è nota: transistor, compressione cremosa, sustain infinito che ha scolpito riff e lead dagli anni ’70 in avanti. Ma tra le pieghe della storia esisteva un ramo parallelo: uno schema a matita, intitolato “BIG MUFF USING (2 DUAL OP AMPS)”, tracciato da Bob Myer, l’inventore del Big Muff. Quel foglio è emerso nel 2021 durante una ricognizione archivistica da parte di Josh Scott e Daniel Danger che ha successivamente alimentato il volume , ovvero una biografia del brand creato da Mike Matthews: Electro Harmonix, il brand più emblematico nella storia dell'effettistica per chitarra.

In quell'occasione si è capito che non si trattava di un appunto qualunque: era il tentativo di ri-immaginare l’architettura classica a transistor con la tecnologia degli op-amp affermatasi nella seconda metà dei ’70. Per quasi cinquant’anni lo schema è stato sepolto in un laboratorio segnato da tempo e alluvioni, tra prototipi e documenti. JHS Pedals, Electro-Harmonix e Daniel Danger lo hanno riportato in vita: Non un remake, ma la concretizzazione di un “what if” storico.
Dalla carta alla breadboard: cosa cambia davvero
Il team ha "breadboardato" il circuito così com’era disegnato da Myer. Il confronto con il più noto Op-Amp Big Muff di fine ’70 (attribuito a Michael Abrams e reso famoso da Billy Corgan) ha evidenziato differenze sostanziali:
- Topologia di clipping diversa rispetto al classico op-amp Muff di fine '70.
- Uno stadio di gain aggiuntivo, che sposta l’equilibrio tra saturazione e articolazione.
- Più volume percepito, medie più presenti e low-end più pronunciato.
Se il Big Muff solitamente punta a un tipo di sustain dolce e a delle alte frequenze smussate, questa interpretazione basata su due dual op-amp spinge verso una distorsione più aggressiva, più “ferrosa” nelle medie frequenze, con una intelligibilità che non scivola nel fangoso quando si scende in accordature più gravi o si chiede un palm-mute più serrato. È un Big Muff “di famiglia”, ma con una postura diversa.
La voce: tra fuzz e distorsione, con più articolazione
All’ascolto diretto, il Dual Op-Amp Big Muff 2 si colloca a cavallo tra la grana fuzz tipica della serie e la spinta di un distorsore che oggi consideremmo più "moderno"
- Mantiene il DNA EHX, ma con attacco più definito
- Offre una inteligibilità in gamma alta che non coincide con un semplice boost sulle alte frequenze: il risultato è un spettro più organico.
- Mostra medie frequenze molto scolpite
- Low-end robusto ma serrato: utile su chitarre con accordature Drop e con humbucker dall'output elevato, dove molti Big Muff tradizionali falliscono.
Un’altra linea temporale: perché conta
La collaborazione a tre fra EHX, JHS e Daniel Danger non è un’operazione cosmetica. È un atto filologico: si produce oggi ciò che avrebbe potuto essere nel ’78-’79 se la scommessa di Myer avesse “vinto” la corsa interna. Mike Matthews, ascoltato il prototipo, ha riconosciuto che c’era “qualcosa di speciale” pur distante dal voicing che preferiva. È il valore di un marchio che sa tutelare il passato senza irrigidirsi, consegnando ai chitarristi una variante storicamente credibile e, allo stesso tempo, funzionale ai repertori attuali.
Il pedale è legato al progetto editoriale (Third Man Books). Un lavoro che attraversa un lasso di tempo compreso fra il 1968 e gli anni 2000, con prototipi inediti, documenti di fabbrica, fotografie e focus su figure chiave: da Mike Matthews ai designer dei circuiti, per arrivare agli esperimenti più eccentrici. È il contenitore culturale che spiega perché esista oggi un Dual Op-Amp Big Muff 2: perché per decenni tutto è rimasto nei cassetti giusti, in attesa che qualcuno riaprisse quella porta foderata di altoparlanti in un garage del New Jersey.
Il nuovo JHS/EHX Big Muff 2 è disponibilie (in iratura limitata) al costo di €217,95 (esclusi costi di importazione), ma è probabile che nel momento in cui queste righe vengono pubblicate il sold out sia già stato raggiunto.
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