La notizia arriva come un fulimine a ciel sereno. In un incidente motociclistico, a 56 anni, muore Glen Hansard.

Se si vuole capire Glen Hansard, serve partire da un paradosso: poche voci irlandesi contemporanee sono state così immediatamente riconoscibili, eppure poche hanno lavorato con tale ostinazione per farsi attraversare e permeare dagli altri. Hansard nasce artisticamente nel punto in cui la voce individuale incontra la strada, il pub, la band, il duetto, il coro improvvisato, e questo perché il ragazzo che suonava per strada a Dublino e che nel 1991 compariva in The Commitments non sarebbe mai diventato un cantautore nel senso intimistico e solitario del termine. Sarebbe diventato, piuttosto, un artigiano dell’intensità condivisa, una voce che misura la verità dei brani nel momento in cui passa tra corpi, stanze e comunità, e questo spiega perché la sua opera, dai The Frames al repertorio solista, suoni sempre come una lettera privata letta ad alta voce in una stanza piena. 

Nei The Frames delle origini c’è già quasi tutto: l’urgenza romantica, l’ostinazione melodica, il gusto per il crescendo, la ferita detta senza ironia. Another Love Song resta il documento germinale, ma è con Fitzcarraldo e poi con Dance the Devil che Hansard comincia a trasformare il suo nervo di busker in forma epica. L’episodio dell’anticipo ottenuto da Whelan’s per registrare Fitzcarraldo racconta molto: prima ancora che successo, la musica di Hansard è stata credito reciproco, fiducia artigianale, rischio sostenuto da una comunità musicale locale. Nella discografia di Hansard il desiderio è corsa, slancio, collisione, e spesso la sua voce spinge avanti i brani quasi a strattoni, come se il canto dovesse conquistare fisicamente lo spazio allo stesso modo di chi cerca sempre di farsi largo tra la folla.



La prima grande svolta arriva con For the Birds nel 2001, album in cui degli “angry teenage rants” (come li definì il The Irish Times) lasciano il posto a brani eleganti, teneri e pieni di quella grazia che diventerà la firma di un interprete tra i più delicati della sua generazione. A tratti l'evoluzione della scrittura di Hansard sembra quasi seguire un percorso di sottomissione alla canzone, come se fossero i brani a “determinare tutto”, compreso il paesaggio sonoro che spettava loro. In questo caso il passaggio poetico è decisivo: il dolore non scompare, ma smette di essere soltanto esibizione di nervo e diventa spazio, esitazione, respiro; gli arrangiamenti si aprono, il violino di Colm Mac Con Iomaire smette di essere semplice controcanto e diventa memoria mobile, un vento interno a brani come Headlong, Lay Me Down e Santa Maria

Se For the Birds è il libro della misura, Burn the Maps e The Cost sono il tentativo di trasferire quella verità su una tela più grande, con un un'espansione di intimità circoscritta che si trasforma in arrangiamenti ampi e urlati, una ricerca di grandeur, di inni a pieno quadro, a volte a discapito della ruvidezza originaria. Eppure, proprio da questa tensione tra pudore e magniloquenza nascerà il ponte verso la fase successiva, Falling Slowly, When Your Mind’s Made Up, The Side You Never Get to See non sono semplicemente composizioni più "grandi", sono brani in cui l’eccesso dei The Frames viene disciplinato da una scrittura sempre più interessata alla resa emotiva del dettaglio. È come se Hansard cominciasse a capire che il climax funziona davvero solo quando custodisce un frammento minuscolo di verità. 

La parentesi The Swell Season e Once non interrompe questo percorso, anzi, lo rende visibile a livello mondiale. Il film di John Carney, realizzato con mezzi minimi e qualità quasi domestica, mette in scena un busker dublinese che canta sé stesso in modo quasi trasparente, amici e familiari fanno parte del set e la povertà dei mezzi si trasforma in prossimità emotiva. La collaborazione con Markéta Irglová rende esplicito ciò che nei The Frames era già implicito, ovvero che la poesia di Hansard non è un monologo ma è relazione, attrito, ascolto reciproco. 



Quando arriva Rhythm and Repose nel 2012, il rapporto con Thomas Bartlett permette l'ingresso in territori che non sarebbero sembrati naturali né ai The Frames né ai The Swell Season. È il punto in cui la voce smette di confidare unicamente nel proprio impeto e si consegna alla composizione, perché la poesia qui lavora per immagini semplici ma pertinenti (fiumi, porti, lupi, uccelli, corde tese) e soprattutto per la possibilità di una salvezza non così impossibile da raggiungere. Non una salvezza trionfale: una salvezza di prossimità, di attraversamento, di compagnia... La redenzione hansardiana non arriva dall’alto, arriva dal restare vicino, dal tenere il passo, dal non lasciare indietro nessuno. Questo è il primo grande libro del suo canzoniere solista. Con Didn’t He Ramble la scrittura si fa ancora più minuta e, paradossalmente, Hansard insegue meno texture, meno bisogno di rivendicare, e ritrova più fiducia nella frase, nella melodia, e nell’arrangiamento sobrio. La pesantezza precedente lascia spazio a sensibilità più leggere e a un’onestà senza fronzoli, è il momento in cui la voce da predicatore laico di Hansard impara la tenerezza della discrezione. 

Between Two Shores del 2018 è forse il disco più irregolare, ma anche uno dei più rivelatori. Il titolo guarda alla condizione del marinaio che si trova a metà rotta, senza più una costa alle spalle né una davanti: immagine perfetta per un autore che in quegli anni attraversa lutti, impegno civile, il richiamo del viaggio via mare, il bisogno di uscire dall’autobiografia sentimentale senza riuscire del tutto a lasciarla. Hansard resta credibile anche quando è inquieto, anche quando il disco non si ricompone in un unico disegno, perché la sua grande fedeltà non è alla perfezione: è al processo. 

Il processo diventa programma con This Wild Willing nel 2019, Hansard sposa l’inventiva sonora dei The Frames con la disciplina lirica trovata nel percorso solista. Registrato in Francia con David Odlum, Joe Doyle, ROMY, i fratelli Khoshravesh e musicisti elettronici di Dublino, il lavoro si apre all’improvvisazione, alle ombre, alle strutture meno previste, al dilazionamento dei tempi. Un gesto rischioso e bellissimo, lo snodo più coraggioso della maturità hansardiana: non più la sola confessione, ma il paesaggio sonoro come luogo morale in cui il poeta non si limita a verbalizzare il turbamento ma gli costruisce attorno un habitat. 

L’ultimo vero compimento di questo arco è All That Was East Is West of Me Now nel 2023. Qui il pieno ritorno ai Frames non è nostalgico: è organico. L’album nasce da cinque serate semi-clandestine in un piccolo pub dell’ovest di Dublino, davanti a contadini, lavoratori, tiratori di freccette, gente che a volte ascolta e a volte no. Hansard lo dice in modo memorabile: una canzone diventa sé stessa solo attraverso la testimonianza dei presenti. Da quel laboratorio comunitario nasce un disco che guarda al tempo non come malinconia di fine corsa, ma come energia abitata da una serenità nuova, legata anche alla paternità e alla vita con Maire Saaritsa.

La vera continuità, allora, non è soltanto stilistica. È etica. Hansard attraversa tutta la sua opera con pochi nuclei costanti...  Longing dicono gli anglofoni, nostalgia di qualcosa che forse non abbiamo mai davvero posseduto: un desiderio profondo, dolce e doloroso, che continua a chiamarci da lontano. Per Hansard è fame di casa e insieme di oltrepassamento, e la redenzione è un gesto concreto, Dublino non è una cartolina ma è un metodo, luogo in cui la voce deve misurarsi con strada, pubblico e memoria sociale.

Infine la collaborazione è condizione per cui il brano smette di essere proprietà dell’autore e diventa un bene condiviso, un gesto di liberazione verso l'affermazione personale come senso di appartenenza in un'opera allargata a chiunque trovi il coraggio di aggiungersi all'ascolto. Lo stesso coraggio che serve per salutare per l'ultima volta un artista che ha dato dignità tanto al dolore più profondo, quanto alla più frivola delle paure.