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Vertigine: intervista agli Altarboy
Vertigine: intervista agli Altarboy
di [user #17404] - pubblicato il

“Vertigine” è l’ultimo singolo della cantautrice Levante. Il sound di questo brano è attualissimo, di tendenza; al contempo però, colpisce per essere legato ad un impianto sonoro e stilistico spudoratamente anni ’80. Artefici di questa produzione magistrale gli Altarboy, duo di musicisti romani che con Telecaster, synth analogici, qualche vecchio echo a nastro e tanto mestiere, hanno confezionato uno dei più intriganti pezzi di musica italiana ascoltati ultimamente.

Abbiamo incontrato gli Altarboy, Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, musicisti, compositori e producer, che ci hanno racconato il suono di Vertigine e la collaborazione con Levante.
 
Quello che fa centro della produzione del vostro brano è la capacità di essere disperatamente anni ’80 come intenzione ma assolutamente contemporanei nel suono...
Diciamo che utilizzare un impianto ritmico e degli arrangiamenti tipico degli anni ottanta per poi dargli un taglio moderno è un po’ la nostra caratteristica, il nostro marchio di fabbrica.
 
Qual è il vostro approccio alla produzione?
Noi lavoriamo molto il suono a partire dalle macchine (pedali per la chitarra, sintetizzatori, riverberi, drum machine…) per poi ritoccarlo e colorarlo con il software.
Oggi abbiamo molti più mezzi che ci permettono di manipolare il suono delle macchine e renderlo più attuale; questo è possibile sicuramente durante la produzione ma anche attraverso l’editing ed il missaggio. Negli anni ottanta i produttori e gli ingegneri del suono avevano molti mezzi che erano enormemente costosi: banchi analogici, i primi riverberi digitali come Ams e Lexicon, svariati compressori favolosi… il risultato era senz’altro un mix molto caldo ma – diciamolo - non erano moltissimi i mix che ti “spettinavano” a livello di sound design. Oggi, invece, il nostro risultato si ottiene miscelando le vecchie tecniche ma con un approccio più moderno, quindi anche attraverso l’uso di plug ins che sono figli di questa era e che hanno introdotto un approccio più semplice alla manipolazione del suono. Certo, anche in passato magari si potevano raggiungere determinati risultati, tanto più che era pieno di band davvero avanguardistiche ma il processo di editing era molto più macchinoso, complesso e spesso passava attraverso i campionatori che erano costosissimi.


 
Visto che avete parlato di macchine, ci raccontate la strumentazione utilizzata in  “Vertigine”? Avete registrato con qualche feticcio d’epoca? Synth analogici, drum machine, Echo a nastro... 
Siamo appassionati di tutto ciò che ruota intorno al suono: dai pedali per la chitarra ai preamplificatori, passando per sintetizzatori, chitarre, riverberi, filtri e drum machine. 
Abbiamo iniziato a comprare i nostri strumenti ed il nostro outboard che c’erano ancora le lire e nell’arco degli anni abbiamo poi aggiustato il tiro vendendo qualcosa e sostituendone altre. Per questo brano in particolare abbiamo usato il nostro Roland Juno 106 che è comunque presente in quasi tutte le nostre produzioni, una Roland TR707. La chitarra è una Telecaster e come effetti due Roland Space Echo RE 201 e RE 501 e un Binsom EC10. 

Il fatto di realizzare un brano su cui avrebbe cantato Levante ha condizionato il vostro approccio alla produzione?
Certo, le scelte di produzione in questo caso sono proprio dettate dalla collaborazione con Levante.  Per cui abbiamo lavorato il nostro perché fosse coerente con la sua voce. 
 
Vertigine: intervista agli Altarboy

Ci raccontate la collaborazione con Levante? 
Vertigine è stata una produzione speciale per più motivi. Per noi ha rappresentato il primo brano cantato in Italiano. Il brano è stato realizzato durante il lockdown quindi in un momento difficile e non abbiamo mai avuto l’occasione di incontrarci e condividerne la fase creativa. Ma è e resta una canzone destinata al successo nata nella reciproca stima e rispetto dei nostri vissuti artistici.  L’idea di unire un duo dal suono internazionale come noi e un artista già molto affermata in Italia come Claudia è nata insieme a Marco de Angelis, il produttore della serie “Baby” trasmessa su Netflix La nostra musica era già presente nella colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli: “Blow”, “You on me”, “Keep it on Your mind” e “Tonight”. Per la terza stagione, Marco de Angelis che – diciamolo -  è innamorato del nostro suono tanto da diventare il nostro batterista, ha pensato questa unione con Levante avrebbe potuto funzionare… e come dargli torto? Il brano sta andando molto bene e la colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto: ci sono artisti Italiani e internazionali del calibro di Vasco Rossi, Negramaro, Billie Eilish, London Grammar, Chromatics, Vitalic, Grimes e tantissimi altri…
 
Da dove nasce questa vostra passione per il sound degli anni ’80?
Siamo cresciuti negli gli anni ottanta, periodo nel quale siamo passati dall’essere bambini ad adolescenti. Come spugne abbiamo assorbito quel suono senza troppi fronzoli, caratteristico di quel periodo. Lo abbiamo ascoltato nei film, nelle radio, nelle prime televisioni tematiche e nei primi videoclip. Fa parte del nostro Dna. 

Suggeriteci una manciata di pezzi si synth pop italiano di quegli anni che sono rimasti costante tra i vostri ascolti e i cui echi, magari, sono ancora presenti nella vostra produzione... 
I brani che hanno segnato la nostra vita sono veramente tanti e interessano tanti generi musicali. Ma riguardo il synth pop italiano, la new wave italiana e l’Italo Disco ci sono molti artisti, diventati icone di quel periodo, che sicuramente possiamo nominare: tra i dischi sicuramente “La voce del padrone” di Battiato, “I like Chopin” di Gazebo. Ma anche brani come “Ci vorrebbe un amico” o “Qui” di Venditti, “Self Control “ di Raf “Vacanze Romane” dei Matia Bazar, “Aria” di Marcella Bella, “Rock and Roll Robot” di Alberto Camerini, “Lamette” di Donatella Rettore, “Acqua e Sapone” degli Stadio, “Casco Blu” di Flavia Fortunato, “Run to Me” di Tracy Spencer, “Se mi innamoro” dei Ricchi e Poveri, “Automaticamore” di Patrizia Pellegrino, “Survivor” di Mike Francis, “People from Ibiza” di Sandy Marton, “Happy Chidren” di Pietro Pelandi, “Shine on Dance” di Carrara, “Diamond” di Via Verdi, “Future Brain” di Den Harrow,  “I want you” di Gary Low, “Boys Boys Boys” di Sabrina Salerno, “Easy Lady” di Ivana Spagna  e poi tanto, tanto Giorgio Moroder. 
 
E invece a livello internazionale?
Se passiamo poi alla musica straniera del periodo l’elenco è veramente troppo lungo. Però possiamo dirti che per quando riguarda “Vertigine” tutto è nato da un pezzo di Patty Labelle contenuto nella colonna sonora di Beverly Hills Cop.
 
Vertigine: intervista agli Altarboy

Tornando al presente, chi sono per voi gli artisti particolarmente significativi nel recupero e “riabilitazione” di queste sonorità̀ anni ’80? 
Sono parecchie le band che hanno riscoperto il suono degli ‘80 e la cosa interessante è l’interpretazione che ciascuno di loro gli ha dato. Sicuramente tra quelle più interessanti ci sono gli M83, gli Electric Youth, i Chromatics ma anche The Weekend e Purple disco Machine si sono avvicinati a queste sonorità. Boy Harsher e Drab Majesty in modo un po’ più spinto. Glass Candy, Desire, insomma tutto il roster di Italians do it Better. Un po’ ancora più di nicchia i Junior Boys, i Gemini Rising ed i Footprintz. Ce ne sono tanti altri e la lista completa sarebbe veramente troppo lunga.
 
Recentemente è scomparso Eddie Van Halen, vera icona della musica anni ’80…
Gli anni ’80 erano un momento in cui hard rock, heavy metal ed anche il trash metal erano molto concentrati sul suono delle loro chitarre. E spesso tiravano fuori dal cilindro oltre che brani molto potenti, anche ballate da pelle d’oca…
I Van Halen ristabilirono le regole della scrittura e fecero capire che non esistevano solo riff di chitarre elettriche per fare un brano potente: anche i sintetizzatori potevano essere un veicolo per quel suono graffiante. "Jump" ne è l’esempio lampante! Non solo si tratta di un brano coinvolgente ma è stato capace di non fare brutta figura nemmeno nel dance floor.  E' un inno alla spensieratezza che lo ascolti ora e lo canterai per sempre. 
In "Jump" la voce di David lee Roth non ha bisogno di commento e l’assolo di Eddy è stupefacente… niente male per uno che ha praticamente inventato il tapping e la chitarra moderna! Di “Jump” era bello sentire come il Rock si contaminasse col Synth Pop. La musica non finisce mai di stupire e trova in un modo o nell’altro la sua strada. 
 
Sintetizzatori e drum machine a parte, cosa c’era di magico nella musica di quegli anni…
Gli anni 80 sono stati sicuramente magici: oltre al suono abbiamo respirato un’atmosfera unica in cui le contaminazioni sono state prima di tutto umane e la musica ha amplificato la netta sensazione che tutto in quel tempo fosse possibile; quel suono diretto e semplice fa parte della nostra memoria musicale ed è radicato così profondamente in noi che, comporlo è per noi di una spontaneità disarmante.
 
Vertigine: intervista agli Altarboy
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