La redazione di accordo.it ha scelto di ripubblicare questo intervento di CERN perché mette nero su bianco un tipo di riflessione che, prima o poi, torna a galla nella vita di tanti chitarristi: quanto c’è di sostanza, e quanto di mito, nell’idea che alcune elettriche “di una volta” — soprattutto in orbita Gibson e Fender — siano automaticamente superiori a tutto ciò che è venuto dopo.
Si tratta, dichiaratamente, di un punto di vista personale, nato da esperienze dirette, prove sul campo e confronti maturati nel tempo. Non pretende di essere la fotografia definitiva del tema, né rappresenta per forza l’esperienza di tutti. Proprio per questo, però, è un ottimo innesco: un testo che può far discutere, mettere in ordine domande scomode e — magari — riportare l’attenzione su ciò che conta davvero, oltre il fascino delle “annate” e le scorciatoie del marketing.
Nella stessa area di attinenza vi consigliamo anche di leggere questi due articoli di Alberto Biraghi: e .
Ecco di seguito il post originale di CERN:
Discussione ricorrente, quasi al pari delle qualità mistiche dei legni (ne parliamo ), è quella riguardante la presunta qualità superiore di alcuni strumenti elettrici della metà dello scorso secolo, in particolare se andiamo nei territori Gibson e Fender. Ma… è davvero così? Superiori a che cosa? Sicuramente in ambito relativo al dispendio economico ma, per il resto?
Quando si parla di strumenti d’epoca, detti vintage, bisogna tenere conto di una serie di fattori che spesso il sognatore o l’ingenuo chitarrista della domenica tendono a tralasciare, vuoi per ignoranza o per creduloneria, lasciandosi abbindolare da video su YouTube, chitarristi e collezionisti famosi che ne decantano le lodi, professionisti che suonano ai concerti e via dicendo.
Proviamo a fare un’analisi tecnica, un po’ lunga, mi permetterete (e che suddividerò in più capitoli a cadenza settimanale), ma che ci consenta di considerare tutti i fattori che hanno favorito il mito delle fiammanti Les Paul del ’59 o delle Stratocaster del ’54/’62: fattori sociali, economici, industriali e… di marketing.
Una breve premessa ve la devo però fare: ho avuto la fortuna anch’io di avere dei pezzi che possiamo chiamare realmente vintage nel mio arsenale nel corso degli anni e, grazie a un caro amico molto conosciuto nell’ambito, di provarne davvero tanti nel corso delle decadi. Non menzionerò il nome di questo amico, per sua volontà, anche perché ciò mi darà la possibilità di parlarvi con franchezza, senza il rischio di rovinare possibili contatti o altro che potrebbero minarne la figura e il pregio a livello economico. D’altronde lui ci campa di queste cose, e sia mai che per alcune affermazioni possa venire messo nella "Black List dei collezionisti" (chi ha orecchie per intendere, intenda).
Detto ciò, brevemente posso dirvi che ho avuto qualche Fender dei primi ’60 e un paio dei tardi ’50; un paio di Gibson della prima metà dei ’60 (di cui tuttora conservo un esemplare) e qualche altro pezzo rilevante di altri marchi. Sono “uscito dal mercato” poco prima del periodo COVID, vuoi perché questo mondo è composto prevalentemente da squali, vuoi perché mi sono reso conto che avevo raggiunto un arsenale personale più che soddisfacente. Ma bando alle ciance e iniziamo.
QUADRO GENERALE
Senza ripercorrere la storia delle due case che hanno fatto la storia della chitarra elettrica, di cui ormai siamo saturi di informazioni, vi basti sapere che il fenomeno del vintage comincia a nascere a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Questo periodo coincide con due fatti storici che riguardano le sopracitate case costruttrici: l’era CBS per Fender e la Norlin Era per Gibson.
La crescente richiesta di strumenti musicali elettrici, grazie al fiorire del periodo rock in tutto il mondo e alla crescita del benessere popolare in tutta la società occidentale, permette di estendere il mercato della vendita e della produzione. Per forza di cose, le due società necessitano di trasformarsi e, da aziende produttrici relativamente piccole, diventano colossi industriali: si cerca di abbattere i costi, produrre più velocemente, trovare soluzioni alternative (anche intelligenti) e utilizzare materiali più economici o differenti, proponendo anche strumenti di varie fasce di prezzo. In questo periodo l’artigianalità e la qualità degli strumenti prodotti, spesso a parità di prezzo di vendita, vengono spesso ad abbassarsi o a mancare: i professionisti si rendono conto che gli strumenti non suonano più come una decina d’anni prima (il che non vuol dire necessariamente peggio) e si arrabattano per cercare di recuperarne i pochi della Golden Era degli anni ’50/’60. Qui abbiamo un primo fattore realmente importante da considerare: per la legge del mercato, viste le esigue quantità di strumenti prodotti (si parlava, come detto poc’anzi, di aziende piccole con una capacità di produzione di poche migliaia di strumenti all’anno), e la ricerca spasmodica dei professionisti dei modelli più datati, si verifica un incremento del valore di tali strumenti. La famosa legge alla base dell’economia della domanda e dell’offerta.
Con il passare degli anni, le chitarre delle buone annate vengono registrate sui dischi, compaiono sui palchi, nelle sale di registrazione e nelle nuove televisioni a colori di tutto il mondo. Contemporaneamente si diffondono le interviste dei chitarristi che contribuiscono a creare il mito delle loro chitarre: passaggi di mano in mano, suono e suonabilità uniche, vicende accattivanti che le riguardano… Il dado è tratto: tutti le vogliono, tutti le cercano, e alcuni sono disposti a pagare cifre folli per accaparrarsi un esemplare. Il mito diviene tale da mettere in crisi sia Fender che Gibson: i loro strumenti cominciano a essere snobbati dalle nuove tendenze musicali e dalla cattiva gestione aziendale, tanto che prima una e poi l’altra rischiano il fallimento. Contiamo poi il fatto del crescente diffondersi del metal e degli altri generi musicali, che richiedono chitarre più moderne come Jackson e simili, e sul finire degli anni ’70 entrambe le aziende entrano in crisi.
Che fare? Naturalmente cercare di riproporre la medesima qualità costruttiva dei loro strumenti degli anni d’oro. Così, dai primi anni ’80, le due case si arrabattano di anno in anno per riconquistare la fiducia dei consumatori: prima i pickup (Gibson passa dai T-Top dei ’70 ai più “fedeli” PAF Tim Shaw di metà ’80), poi i legni, poi si riprendono i materiali, le misurazioni al millimetro con vere e proprie TAC agli strumenti della storia… Così si inizia ad alimentare il marketing: di anno in anno gli strumenti sono i migliori e più fedeli di sempre, in una manovra che alimenta il consumismo e che dura tutt’oggi. Le colle, le viti, i tasti, il palissandro… mentre nel frattempo un mercato parallelo cresce, si fomenta, abbindola i chitarristi comuni alimentando la leggenda della Les Paul di Jimmy Page, che ha quel timbro unico e irripetibile che nessun’altra chitarra più recente riuscirà mai a replicare.
È presto detto: i prezzi di queste chitarre aumentano di anno in anno; alcuni intuiscono le possibilità economiche e i ricavi che possono generare; le case produttrici si approfittano della situazione producendo repliche esatte. Custom Shop, Masterbuilder, Signature, Collector Choice e chi ne ha più ne metta, tutte con la stessa promessa: fare le chitarre migliori di sempre, proprio come quelle che si facevano una volta.
E allora via di video promozionali: prima con gli stessi artisti, poi con gli youtuber, che ci parlano di queste chitarre, di quanto fossero uniche, di quanto, a distanza di settant’anni, con l’avvento dell’IA e delle innovazioni tecnologiche, i liutai moderni siano ancora così incapaci di replicare strumenti che ingegneri e liutai, spesso improvvisati, riuscivano a realizzare in quegli anni…
Ma aspetta… non è che forse ci conviene non riuscire a realizzarli per davvero? Se le facciamo uscire uguali uguali, allora poi come mandiamo avanti le campagne di marketing su cui campiamo? Come facciamo a dire che la nuova serie è la migliore di sempre? E il vintage? Che fine fa la chitarra da duecentomila dollari se quella da duemila suona tale e quale? Come giustifichiamo le varie fasce di prezzo? E poi bisogna pensare che i tempi sono cambiati e il chitarrista che suona di professione necessita di un ventaglio più ampio di sfumature…
“Hmmm… fermi ragazzi, qua ci dobbiamo pensare bene…”
Se così, alla rinascita dei due brand degli anni ’80 le chitarre erano fatte, pensiamo alle Fullerton di Fender dei primi ’80, in modo praticamente fedele a quelle più celebri, con il passare degli anni ci si rende conto che bisogna vendere sogni, alimentarli di anno in anno e creare un misticismo di marketing aggressivo. Contemporaneamente comincia a succedere un’altra cosa di rilievo, che il chitarrista spesso tende a tralasciare: l’amplificazione cambia, si trasforma ed evolve.
Ora che abbiamo posto un quadro generale, vi lascio con qualche quesito che vi lasci riflettere prima di proseguire nella lettura la prossima settimana:
Quanti di voi hanno avuto la possibilità di provare realmente quelle chitarre così famose e iconiche su un palco, con una testata e cassa da 100 watt tirata a cannone, magari su una delle prime Marshall Super Lead o su un Fender Twin di metà anni ’60? Quanti di voi hanno avuto la possibilità di fare confronti delle suddette chitarre con quelle odierne di produzione super custom, con il medesimo amplificatore, o di provare la Tele del ’54 su un amplificatore valvolare vintage e poi su una SLO 100 di fine anni ’90? Che risultato otteniamo?
Intanto vi ringrazio della lettura, ricordandovi che quelle che avete letto sinora sono parole frutto di esperienza personale, confronti e discussioni maturati nel corso degli anni. E, come tali, devono essere osservati con occhio critico, generando discussioni, confronti e pareri sempre nel rispetto delle persone. Chi scrive desidera solo dare un punto di vista all’amatore, farlo riflettere e ricordargli che forse i sogni sono belli proprio perché rimangono tali, perché quando ci si scontra con la realtà la magia finisce, in un modo o nell’altro.
A presto! |