Ieri, 13 marzo 2026, la notizia è arrivata così come fanno le cose definitive: senza rumore, dopo che lui - di rumore - ne aveva fatto veramente tanto. Phil Campbell se n’è andato a 64 anni, dopo una complicazione chirurgica e giorni di terapia intensiva. Chi lo ha seguito negli anni lo sa bene, Campbell non è mai stato il chitarrista alla ricerca dei riflettori: era quello che accendeva il motore... E che motore, che era.
Nato in Galles, cresciuto tra pub, amplificatori e soprattutto cresciuto dalla caserma del palcoscenico, Campbell entra nei Motörhead nell’84 quando Brian Robertson abbandona la nave. Il rock’n’roll nei Motörhead è un affare "da pellaccia dura". Anzi, per stare al fianco di Lemmy, la pelle deve essere di amianto. Lì Campbell si cala subito in un ruolo che richiede l'aver compreso qualcosa di elementare ma, allo stesso tempo, non scontato: la chitarra non deve necessariamente raccontare, deve trainare. Il riff come volante, il brano come strada, e un po' di sballo (spesso molto) come benzina. Quando, negli anni, resta l’unico chitarrista della band, quella funzione diventa un destino: suonare e tenere insieme tutto, mentre basso e batteria fanno a pugni con l’aria.
Di sé diceva spesso una cosa semplice, quasi controcorrente: blues e volume. “My comfort zone is big volume and lots of blues.” Non era modestia di facciata: era una dichiarazione programmatica. Nei Motörhead, quell’idea si traduce in canzoni che non chiedono il permesso a nessuno, anche quando la band rallenta e sorprende - come in una ballad scomoda e dolorosa come Don’t Let Daddy Kiss Me - lui resta un artigiano dalle scelte semplici, selezionate in un vocabolario sonoro che della tradizione blues prendeva lo slancio per vestirlo con lo spirito del rock più sfrontato.

Quando nel 2015 Lemmy abbandona questo mondo, e l’era dei Motörhead conclude la sua parabola, Campbell non “riparte”, semplicemente continua a fare l'unica cosa che gli riesce in maniera naturale. Lo fa nel modo più antico e radicale possibile, ovvero con la famiglia. I Bastard Sons - insieme alla proiezione solista - sono un'appendice naturale della sua carriera, e seppur non rappresentino nulla di paragonabile a quanto ottenuto con i Motörhead, servono bene lo scopo di un musicista che, con grandi probabilità, non sarebbe mai riuscito a fare altro se non picchiare duro su riff di matrice blues sotto steroidi.
Campbell lascia un’eredità che non si misura in “assoli leggendari”, in corse alla velocità della luce sulla tastiera, ma si misura invece in centinaia di minuti di trazione. Questo perché nel rock conta anche - e forse di più - chi tiene il passo, e chi sa sempre incassare senza perdere l'equilibrio.
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