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Show us how, Mr. Howe!
di [user #6115] - pubblicato il

Mi piacerebbe parlarvi un po’ di un chitarrista di cui non si parla troppo spesso, sebbene sia uno che di pagnotte ne ha mangiate tante e ne fa mangiare a tutti ancora oggi alla veneranda età di 61 anni: il sig. Steve Howe. Questo mio mito personale è noto soprattutto per il suo contributo fondamentale per il sound ed i capolavori degli Yes (chi non li conosce si vergogni profondamente! Consigliato caldamente l’ascolto di tutta la loro produzione degli anni ’70), Steve ha prodotto anche un discreto numero di lavori solisti, nei quali ha avuto modo di sfoggiare il suo stile chitarristico così particolare e originale, ancora più che nei suoi lavori con il gruppo madre.

Non si può certo dire che Howe non sia chitarrista (e, soprattutto, musicista) eclettico, e dotato di tecnica al limite del virtuosismo. Negli Yes rockeggia alla grande, fino al quasi-shred (almeno per i canoni di quell’epoca) di brani come “Sound Chaser”, la furiosa intro di “Close to the edge” o il proto-metal di “South side of the sky”. Ma sempre con gli Yes ci regala gemme acustiche la cui esecuzione è all’opposto del facile, come le mitiche “Clap” (banco di prova per miliardi di chitarristi in tutto il multiverso) e “Mood for a day” (il corretto uso di una Ramirez!), per non parlare del meraviglioso contributo in “Turn of the century” (dove da solo ti rifà un’orchestra, il sig. Howe). Ma in tutto ciò, tecnica mostruosa a parte, campeggia uno stile espressivo molto particolare, molto inedito, su cui mi soffermerei un attimo.

Eh si. Ci sarebbe infatti da dire che lo stile di Mr. Howe non è cosa da poco. E’ universalmente conosciuto per la sua prodezza nel volare sulle corde, ma è anche la sua atipicità stilistica a renderlo così unico nel panorama chitarristico mondiale di ieri e di oggi. Steve, infatti, ha un curriculum di ascolti del tutto inusuale per un chitarrista oggi annoverato fra i grandi del rock: più che di Jimi Hendrix o Eric Clapton, si è infatti cibato di Chet Atkins e Andrès Segovia. Non è stato influenzato solo dal blues e dal rock’n’roll, come invece quasi tutti i chitarristi che adoriamo, ma anche, e forse soprattutto, dal country e dalla classica. Il rock ha certo giocato un ruolo importantissimo nella sua formazione (il ragazzo sa come usare un distorsore!), ma non c’è dubbio che le preferenze musicali di Steve siano parecchio variegate.

Un album che mostra questa peculiarità del nostro eroe è sicuramente “The Steve Howe album”, che tra l’altro contiene alcune delle cose migliori della sua produzione solista. Gli stili prediletti sono proprio quelli: country music e classica, con il rock che fa da collante un po’ in tutte le tracce. Brani come “Cactus boogie” (altra dimostrazione di corretto uso della Telecaster! Da morire l’imitazione della gallina), “Diary of a man who disappeared”, o la mitica “Meadow rag” (vedi video) sono esempio lampante dell’amore sfrenato di Steve per il country americano. A giudicare da questi brani, non si direbbe certo che il ragazzo sia inglese! Mentre tracce come le due conclusive dell’album, “Concert in D” e “Double Rondo” (entrambe per chitarra e orchestra), o la bellissima “All’s a chord” (dove Steve ci regala anche una breve performance vocale molto sentita) ci mostrano le sue influenze classiche. Il rock and roll non manca di fare capolino qua e là, come nel brano di apertura, intitolato “Pennants”, che effettivamente è l’episodio più “duro” dell’album, o in “Look over your shoulder” (che vede ospite la bellissima voce di Claire Hamill), ai confini con il folk rock.

“The Steve Howe album” è, a mio parere, un ottimo album “per chitarristi” (e non solo), oltre che, appunto, essere estremamente rappresentativo di Steve come chitarrista e come compositore. L’ascolto è ovviamente consigliatissimo, anche per staccarsi un po’ dal solito clichè del solito chitarrista che fa le solite cose. Questo non è proprio il caso! Prometto che sarà un esperienza rinfrescante.

Personalmente adoro i musicisti che seguono la propria via a discapito di tutto e di tutti, e Steve Howe mi sembra uno di questi. Le sue scelte stilistiche non sono rintracciabili in nessun altro chitarrista che io conosca. Per non parlare del fatto che ha una tecnica pazzesca ed è uno di quei pochi “eletti” che hanno una voce propria sempre e comunque e che riescono a far “cantare” la chitarra, dandole quasi una vita tutta sua.

Show me how, Mr. Howe!

greg howe
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