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Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati
Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati
di [user #36147] - pubblicato il

Ci sono degli assiomi che ogni curioso di chitarre vintage prende per buoni, ma pochi si prendono la briga di verificare. Le Fender anni '70 fanno schifo, i legni stagionano grazie alla vernice nitro e le mani magiche di Tadeo Gomez partorivano i migliori manici: tutto falso.
A tutti noi sarà capitato di imbatterci o partecipare attivamente a discussioni interminabili su "incastro manico/corpo", su "bakelite/bakeliti/plastica", su "che bello il manico fatto da Tadeo Gomez", sulla "vernice nitro che respira", sulle "Stratocaster col tilt anni '70 che schifo". Ma qualcuno ha mai approfondito davvero questi argomenti?

Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati

Partiamo da quello più clamoroso: i manici fatti da Tadeo Gomez, il "Tadeo Taper".
Bene, Tadeo Gomez cominciò a lavorare in Fender nei primi anni '50 e si licenziò a fine 1956 per andare a lavorare all’allora neonato parco divertimenti di Disneyland. Infatti verso la fine del '56 le iniziali che vediamo sui manici Fender sono in genere "XA", che pare fosse tal Xavier Armenta, per poi essere abbandonate e lasciare spazio solo al mese/anno.
Una precisazione fondamentale, ci sono fotografie della fabbrica Fender nelle quali si vede chiaramente che i manici erano timbrati prima della finitura, prima dell’installazione dei tasti e prima di dare al retro manico lo shape finale. Le scritte a tacco manico, in particolare le iniziali, non sono quelle del costruttore del manico, ma semplicemente un quality check che ogni reparto Fender rispettava al termine di determinate lavorazioni. Verosimilmente, Tadeo Gomez era incaricato del check dopo l’installazione del truss rod, che in effetti è il procedimento più delicato della costruzione del manico. L’ok di Tadeo segnalava agli altri operatori che si poteva procedere nella costruzione. Deve essere chiaro infatti che la catena di montaggio Fender si componeva di operai specializzati, ognuno dei quali faceva una precisa operazione sul manico, non c’era un luthier che si metteva lì a costruirne uno ex novo da solo.
Tadeo Gomez NON ha mai costruito alcunché. Semplicemente, come spesso accade, per semplificazione si viene a creare un mito o a concentrare su qualcuno che siamo riusciti a identificare i meriti che in realtà, nel caso di Fender, vanno condivisi e ripartiti tra tutti gli operai che allora lavoravano alla catena di montaggio.

Ma quale era il senso di queste iniziali? I responsabili del quality check, (anche John Cruz iniziò così la sua carriera in Fender, le prime Custom Shop Time Machine 1999-2001 portano in genere le sue iniziali impresse “JCQA”, John Cruz Quality Assurance) erano figure che controllavano lo stato di qualità della produzione e grazie a loro, se un determinato reparto alla fine dell’anno riusciva a non ricevere returns di parti difettose rese dai clienti, otteneva dei bonus che venivano assegnati a tutto il reparto. A metà '59, causa rimostranze per delle sconcerie trovate da un cliente nel tacco del manico, per circa sei mesi la Fender vietò a tutti gli operai di scrivere alcunché, e quel Natale nessuno di loro ricevette l’agognato bonus.

Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati

Per quanto riguarda le mitiche parti in bakelite della Stratocaster, questo nome è stato erroneamente dato (da sempre) alle cover dei pickup, alle manopole e ai pomelli copri selettore e leva delle Stratocaster prodotte tra il 1954 e il 1957 (non i battipenna, i battipenna Strat non sono mai stati fatti con questo materiale). In realtà queste prime plastiche erano costruite con le prime miscele di allora, erano di fatto composte di polistirene che, in queste prime versioni, risultava essere estremamente fragile, rompendosi e crepandosi anche da nuovo con grande facilità. Siccome la bakelite aveva caratteristiche di lucentezza e fragilità similari, da sempre gli addetti ai lavori chiamano bakelite un po' tutto, inserendo erroneamente anche i battipenna e i copri molle, che non erano fatti dello stesso mix di polistirene, né tantomeno fatti di vera bakelite.

Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati

Che dire dele Stratocaster anni '70 che "fanno schifo perché hanno il micro tilt che è un sistema più economico"? Bene, con tutto il rispetto per chi detesta le Strat anni '70, facendone di tutta la decade un bel fascio di immondizia, a ben vedere negli anni '70 possiamo distinguere quattro periodi di produzione.
Dal 1970 al 1971 abbiamo di fatto ancora delle Stratocaster costruite come le 1969 (quindi se quelle van bene vanno benone, anche le loro sorelle più giovani con medesime specifiche).
Dal 1972 al 1974 abbiamo le prime "3-viti", che sono ottime chitarre!
Tra il 1975 e il 1977 di fatto si modificano i pickup, ma gli strumenti sono ancora validi.
Tra il 1977 e il 1980 invece la produzione diviene di certo più altalenante, anche se si trovano comunque chitarre degne prodotte in quel periodo.

Gli anni '70 di certo sono stati molto variegati in Fender, ma come sempre si dovrebbe affrontare un tema andando un po' più a fondo.
Chi ha inventato il micro tilt per esempio? Leo Fender. È un sistema valido? È eccezionale, specie per uno che non voleva più dover smontare tutto per poter regolare la chitarra (sulla Telecaster aveva risolto con il foro di accesso al truss rod alzando il solo battipenna). I limiti sonori e timbrici di alcune Stratocaster anni 70, in particolar modo poi quelle di fine anni '70, non sono di certo imputabili al micro tilt.

Stesso dicasi per l’incastro manico/corpo. Fender non realizzava il famigerato perfect fit per ovvie ragioni di assemblaggio. Data la manodopera di allora e gli utensili disponibili, le tasche delle Fender avevano necessità di un po' di aria per consentire in fase finale di assemblaggio di poter fare qualche accorgimento necessario all’accoppiamento del manico preso dalla pila di manici con il body preso dalla pila dei body. Chi ha avuto una Jazzmaster o una Jaguar d’epoca avrà trovato due o anche tre shim nel tacco manico per raggiungere l’altezza corretta per poterla suonare (i body venivano fresati nella tasca come le Stratocaster, ma i ponti floating richiedevano altezza obbligata maggiore).
Indubbiamente una chitarra di liuteria odierna può e deve essere costruita in altra maniera, e cioè con un angolo di inclinazione corretto. Ma, quando sento dire che le anni '70 suonano male per via del micro tilt, penso alle '63-'64 che fanno impazzire tutti e hanno “aria” sotto al tacco manico perché senza lo shim di cartoncino non avrebbero la necessaria inclinazione.
C’è chi sostiene che un perfect fit tra manico e corpo migliori sustain e suono, in realtà le chitarre di Leo Fender che amiamo degli anni '60 questo perfect fit non lo hanno, e non tanto lateralmente, dove tutti noi controlliamo se ci stia o meno il plettro e con sdegno gridiamo alla cattiva costruzione, ma sotto al tacco, proprio dove si dice che l’aria non ci debba essere.
C’è chi sostiene che proprio questa aria e assenza di adesione totale favorisca invece la trasmissione delle vibrazioni tra manico, viti di serraggio e body, ma qui entriamo in discorsi di fisica applicata, che sinceramente non credo ci sia ragione di tirare in ballo.

Cinque miti sulle Fender vintage sbugiardati

Per la vernice nitro che respira, rimando a un esauriente articolo di Alberto Biraghi qui su Accordo, mentre per future castronerie ci sarà tempo, se ne collezionano di nuove ogni giorno!
chitarre elettriche fender gli articoli dei lettori vintage
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