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RECnMIX Meet The Pro - Simone Coen
RECnMIX Meet The Pro - Simone Coen
di [user #45705] - pubblicato il

Simone Coen è uno dei professionisti più apprezzati nel settore Pro Audio. Diplomatosi in chitarra al G.I.T. di Los Angeles, ha collaborato con svariati artisti, sia come chitarrista che in seguito come arrangiatore, produttore e Recording/Mixing engineer.
Parallelamente ha collaborato con importanti software house musicali come Native Instruments, Overloud, Cakewalk e molte altre, fino a creare Chocolate Audio, con la sua personale linea di sound libraries che racchiude la lunga esperienza di Simone in questo campo.

Ciao Simone, ci puoi raccontare come hai iniziato la tua avventura nel mondo dell’Audio Professionale?

Ciao a tutti! Sin da bambino sono sempre stato appassionato di musica, prima ascoltata e poi suonata. Ricordo che mi chiudevo in salone a 6 anni o meno e mettevo su i vinili di musica classica della “collezione” della Selezione del Reader’s Digest di mio padre. Sul relativo impiantino stereo compatto con lo stesso marchio. A parte i ricordi, nasco chitarrista, come tu stesso hai detto, ma sin da quando ho iniziato a suonare ho sempre pensato che avrei lavorato in studio di registrazione. Considera che a 13 anni collegavo la mia chitarra elettrica Ibanez all’ingresso mic del registratore a bobine AKAI di mio fratello e giocavo a portare in sovraccarico il pre, ma anche a saturare il nastro. Insomma ce l’avevo nel sangue, temo.

Vista la tua grande esperienza e conoscenza del mondo dei microfoni, cosa ne pensi dei modeling microphone creati da aziende come Antelope, State Digital e Townsend Labs?

Proprio di recente abbiamo organizzato una giornata di valutazione presso il bellissimo studio di Corrado Molon (Kalimba Studio) fuori Padova. Devo dire che all’inizio ho accolto la cosa con molto scetticismo. Principalmente perché conosco la complessità fisica della trasduzione microfonica. Dopo le prove in questione devo dire che sono rimasto molto impressionato dalla soluzione Townsend Labs. Non tanto per la precisione delle emulazioni, perché sinceramente non mi interessa proprio, ma per la potenza dello strumento inteso non come sostituto di 100 microfoni, ma come über-microphone da sound design. Sto risparmiando i centesimi per poterlo acquistare non appena possibile!

RECnMIX Meet The Pro - Simone Coen

Spostandoci al mondo della chitarra, che opinione hai dei vari amplificatori virtuali usati oggi, sia hardware che software?

Sono stato uno dei primi in Italia ad acquistare il primo POD  (il fagiolone) e ad utilizzarlo in ambito professionale. Non lo dico per bearmi o auto incensarmi, ma solo per descrivere il mio personale livello di entusiasmo nei confronti delle tecnologie. Ho abbracciato subito la tecnologia di emulazione software (Pod Farm) a fine anni 90. Poi ho acquistato un Kemper Profiler appena ho potuto permettermelo. Sono tutte tecnologie fantastiche e decisamente complesse. Tecnologie che vedo male comprese da moltissimi, compresi molti che le acquistano e utilizzano. Così come per i microfoni, non credo e non mi auguro che sostituiranno gli ‘originali’, ma hanno consentito lo sviluppo di sonorità e forme esecutive altrimenti impossibili con ampli tradizionali. Questo è utile, molto più di sapere se e quanto sono uguali agli originali. Non so se si è compreso, ma negli ultimi anni la mia attenzione si è notevolmente spostata dall’emulazione fine a sé stessa verso la valutazione della sonorità in sé e per sé. Trovo tutto il mercato delle emulazioni molto asfittico e privo di particolare ispirazione e forza ispiratrice (per me).

Qual è il tuo pensiero riguardo l’eterna diatriba analogico vs. digitale?

Ognuno dei due mondi ha delle caratteristiche specifiche. Dei pro e contro. Adoro il buon analogico, ma ce ne è veramente poco in giro. La maggior parte mi fa solo desiderare la maggior flessibilità del digitale. Così come adoro l’ottimo digitale, di cui ci sono diversi esempi disponibili, ma non sopporto il digitale che vuole fare a tutti i costi l’analogico quando per definizione non potrà mai esserlo, a partire dal fatto che, per me, uno dei pregi dell’analogico praticamente irriproducibili in digitale è la corrispondenza 1:1 tra ciò che tocchi e ciò che senti. Immediato, cioè senza mediazione. Per questo spesso e volentieri trovo ancora più sensato il mouse che molte superfici di controllo iper-ultra-multi-funzionali. A questo proposito i recenti mini telecomandi di TC Electronics per i propri plugin sono un’idea ottima. Ma pessimamente eseguita, secondo me, perché il sistema limita molto le possibilità senza hardware di controllo (no edit parametri ‘fini’ e dopo due settimane manco funziona più, mi dicono, essendo delle specie di ‘chiavi hardware’) rendendo il tutto un pessimo matrimonio concettuale tra hardware e software ovvero il peggio dell’uno e dell’altro: penso a cosa succederà a livello di supporto software e hardware, a cosa succede in caso di rottura del secondo e mi fermo immediatamente quando penso al fatto che spessissimo lavoro fuori e portarsi delle mega-dongle in giro diventa impraticabile per me.

Qual è la tua attuale tecnica di mixing? Ibrido o totally ITB?

Nell’ultimo anno ho mixato in ogni modo possibile e immaginabile. Dall’utilizzo del computer come se fosse un mero ‘nastro digitale’, mixando tutto OTB fino al da me molto più utilizzato sistema totalmente ITB. Credo che ogni produzione e ogni contesto, a parte i discorsi di budget, chiami un suono diverso e un approccio diverso. E non parlo solo di approccio al suono, ma proprio al workflow della produzione. Che inevitabilmente influenza il suono e il risultato artistico in senso più ampio. Per anni ho apertamente osteggiato i sistemi ibridi basati su somma esterna. Per me ha un senso se oltre che sommare fai molto altro esternamente. E la maggior parte dei sommatori sono, a gusto mio, troppo trasparenti e troppo ‘simili’ alla pulizia totale del digitale. Altro discorso i sommatori costosissimi basati su un op-amp per ciascun canale in ingresso e uscita e con trafo in ingresso e in uscita. Costano tantissimo, ma lì si che gioisco del valore aggiunto del colore analogico. Riassumendo: se devo utilizzare l’analogico deve essere per questioni di workflow e perché sento veramente il suono analogico, altrimenti il digitale ITB offre troppi vantaggi rispetto a una soluzione analogica non ottimale, pratici e tecnici. Ho sviluppato un sistema di mixing ‘parallelo’ (molto molto molto vagamente ispirato a quello di Brauer) che mi offre delle marce in più in digitale per ottenere tante cose che il digitale non ti regala di suo come l’analogico, ma che uso anche ibridato in analogico per la caratteristica di controllo musicale e non iper-maniacale che mi consente.



Oltre ad insegnare alla Statale di Milano, tieni sempre molti workshop in giro per l’Italia. Quali sono i prossimi appuntamenti?

Il calendario è in continuo aggiornamento a causa dei miei altri impegni professionali (audio engineering e sampling). Prima di fine 2018 sarò di sicuro  l’1 Dicembre al Fiery Water Factory vicino ad Alessandria per un corso sul mixing avanzato (dove parlo appunto del mio uso delle parallele) e a Roma presso Sonus Factory per un corso sulla produzione delle registrazioni vocali in studio, un corso cui tengo molto perché considero l’argomento cruciale oggi più che mai. Comunque le date in programma sono sempre visualizzabili sul mio sito (clicca qui per andare direttamente alla pagina dei corsi nel sito ufficiale di Simone Coen). Tra l’altro da settembre sono entrato nel “circuito” Sound By Side, ragazzi per i quali nutro molta stima professionale e umana.

Ci puoi parlare anche un po’ della tua creatura Chocolate Audio?

Nel 2003, frustrato per la qualità dei samples di batteria acustica disponibili sul mercato (ai tempi non esisteva ancora BFD, Toontrack Superior o EZ-Drummer e manco Addictive Drums o Slate…), chiesi al collega poi grande amico Elio Rivagli di campionare il suo drum kit. Facemmo anche diversi groove poi pubblicati tramite un distributore americano, ma mi appassionai molto di più del multisampling del kit. L’idea iniziale era quella di usarli io per il mio lavoro (allora producevo e arrangiavo molto più di adesso), poi il coinvolgimento di Elio mi spinse a guardarmi intorno e trova in Scarbee un partner distributivo. Così nacque tutto. Poi dal 2006 mi diedi al conto terzi quasi a tempo pieno per numerosi marchi, alcuni dei quali hai citato tu in apertura. Tutte esperienze bellissime, ma dal 2008 già iniziai a coltivare l’idea di una linea prodotti mia con cui entrare in contatto diretto con i miei utenti e soprattutto coltivare l’amore per il bel suono, cosa che nel sampling è spesso sottovalutata. La maggior parte dei miei competitor ha origini nel mondo della composizione e della musica, ma non grande formazione in ambito di sound engineering. Dal 2008, poi, per una serie di circostanze, riuscii a pubblicare i primi prodotti solo nel 2015. Considera che, a oggi, più del 90% dei prodotti che vendo sono stati campionati prima del 2012. Ho un arsenale di samples mai pubblicati (ancora) da impallidire. Per questo negli ultimi anni ho molto rallentato il lavoro di sampling in studio (che è un processo insieme affascinante, iper educativo e di una noia quasi mortale) per concentrarmi di più sugli aspetti di sviluppo del prodotto, delle user interface e via dicendo.

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Cosa consiglieresti a chi decide di addentrarsi nello specifico campo del sound design?

Quando ho iniziato io, il sampling era ancora ritenuta un’arte povera in ambito di sound design. Tanto è vero che la mia formazione è avvenuta sui synth (analog e digital). Ora le direzioni che ha preso questo campo sono svariate e multiple. Pensiamo solo al ritorno della sintesi analogica e dei modulari o a tutto il lavoro che si fa per il cinema o ancora più per i videogiochi. Io ho scelto per me un ambito che mi si adatta perché rispecchia il mio amore per il suono prettamente acustico (o elettrico-elettronico ma mediato acusticamente come può essere una chitarra elettrica o un Hammond) e per l’infinita varietà di ciò che permette la ‘natura’. Perciò posso solo consigliare di formarsi nel modo più ampio possibile (sintesi, sampling, mangling, processing, analog, digital…) e poi scegliere il settore specifico che più muove qualcosa dentro di noi. Perché non c’è nulla di facile in questo lavoro e se non lo ami alla follia può diventare estremamente faticoso.

Ultime 2 domande di rito: 1 - qual è il microfono che porteresti sull’isola deserta?

Bella domanda. Sono molto volubile, ma credo che il mio microfono da isola deserta rimanga il Neumann U67. Credo… anche se l’AKG C12a…

2 - Qual è il gear più cheap che hai utilizzato in una produzione e che consigli ai nostri lettori di acquistare?

Le nostre orecchie. Sono gratis. Ma ne dobbiamo avere la massima cura. Subito dopo le orecchie: app buona di accordatore, app per la misurazione dell’SPL su iPhone e molti adattatori per aste microfoniche a passo diverso (un incubo!).
 
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