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La straordinaria storia dei Pistole e Rose
La straordinaria storia dei Pistole e Rose
di [user #50760] - pubblicato il

Un nome banale per la più fantomatica e improbabile delle band. Un vecchio nastro scovato in un cassetto riporta a galla il ricordo del mio primo gruppo rock, se così vogliamo definirlo.
Qualche giorno fa ho riaperto un cassetto che non ricordavo nemmeno di avere, del resto la stratificazione della fuffa in casa mia farebbe la gioia degli archeologi industriali. In quel cassetto ho trovato un walkman marca Aiwa e altre reliquie: antichi biglietti di concerti, un taccuino con i testi di quelle che nei miei sogni sarebbero diventate canzoni il giorno in cui avessi finalmente imparato a suonare, e una cassetta TDK. Vergata a biro blu sulla linguetta di cartoncino, la scritta “Pistole e Rose”. Qualche attimo di schermata bianca nella mia testa, poi i ricordi hanno cominciato a fluire. Quel nastro è stato registrato alla fine di ottobre del 1994.

Le cose erano andate così: una mattina, all’intervallo, un tipo mi aveva agganciato nei corridoi. Un personaggio folkloristic di quarta ginnasio, brufoli di un bel rosso acceso e lingua sciolta: si spacciava per manager e promoter musicale e la sua giacca di pelle lunga fino ai piedi gli conferiva una sorta di attendibilità. Ebbene, qualcuno gli aveva detto che io ero un chitarrista. Io un chitarrista? Non esattamente: io ero semmai un possessore di chitarra elettrica simil Stratocaster, marca Maison, seriamente in difficoltà al momento di accordarla. Numero di accordi conosciuti: sei. Giro di Do, più Re e Sol maggiore. “Non preoccuparti - mi fa il mio mentore - vedo già che hai la faccia giusta, io per queste cose ho il bernoccolo. Avrai mie notizie”.
Il giovane Malcolm Mc Laren fu di parola. Nel giro di una settimana aveva organizzato la prima sessione di prove di questa band costruita a tavolino. Due ore in quel famoso pomeriggio di ottobre al Freesound di via Washington a Milano, la sala prove più popolare in città.
I miei compagni di band sarebbero stati tre: Mauro, mio amico dalla buona attitudine che coltivava il sogno di diventare bassista, ma che il basso non lo aveva mai visto (lo noleggiò quel giorno); un tale di cui non ricordo il nome ma che si faceva chiamare Il Nekro, centocinquantacinque centimetri di altezza protetti da un coriaceo strato di sebo e grasso cutaneo, una straordinaria coltre di forfora depositata sulle spalle del chiodo. Il Nekro apparteneva all'eroica stirpe dei chitarristi senza chitarra (dovette noleggiarla pure lui, altre 4.000 lire per due ore); l’amico del Nekro, che per motivi oggi oscuri ribattezzammo Calypso, caschetto stile Ramones, sguardo catatonico: era lui il nostro drummer.

La straordinaria storia dei Pistole e Rose

L’adolescenza è il periodo dei grandi imbarazzi, dei risolini isterici, della goffaggine e dell'incapacità di ritagliarsi un ruolo tra i coetanei, ma quel pomeriggio accadde qualcosa che fece passare in secondo piano persino la vergogna (e dio solo sa in quali remoti recessi avremmo dovuto andarci a nascondere). Ecco, quel qualcosa era il primo contatto con l’idea di band, con la presa d'atto di poter fare per la prima volta qualcosa di tanto agognato, tipo attaccare la chitarra a un amplificatore vero e alzare il volume senza un limite. Suonare la chitarra - se così si può dire - con uno di fronte a te che suona - se così si può dire - la batteria.
Cosa successe quel pomeriggio, dal punto di vista “musicale”, me lo racconta la TDK ritrovata nel cassetto. Un'ora di poltiglia indistinguibile, con alcune peculiarità: il basso (non saprei dire il perché) produceva un solo suono, una sorta di percussione monocorde (“Stack! Stack!”); Calypso, dietro le pelli, usava cassa e rullante imitando una specie di ritmo punk (tu-pa! tu-pa! tupa-tupa-tu!-pa!) fissando il vuoto a bocca semiaperta e infischiandosene degli altri; con Il Nekro scendemmo teoricamente a un compromesso sui due accordi da suonare, dopo di che ognuno fece quel che gli pareva a volumi da arresto. Non sapendo esattamente a cosa servisse la manopola Reverb, decidemmo di girarla completamente, io sul mio Marshall Valvestate 100 testa+cassa e lui sul suo Peavey Bandit.

In questo capolavoro di entropia, il nostro manager annuiva con bonomia, a volte indicando qualcuno di noi per sottolineare di aver colto e gradito qualche particolare, del resto era chiaro che avesse già tracciato le linee della nostra parabola discografica e che presto ce le avrebbe illustrate. Ma la meraviglia di quella cassetta ritrovata sta in un breve passaggio: per otto secondi mal contati il nastro pare fotografare qualcosa di compiuto, interessante, persino artistico, un momento magico in cui le chitarre scordate e fuori tempo, la mia così come quella del Nekro, l’ipnotico stack di Mauro e il tu-pa-tu-pa dell’ineffabile Calypso sembrano fondersi in una forma di armonia, costituire un urlo vitale, quantunque disperante, una insondabile dichiarazione di esistenza, un hard noise con riverberi surf, un’inconsapevole e ancestrale sfida al buon senso che, a causa della sua natura del tutto randomica, sarà irriproducibile fino alla fine dei tempi. Ne ho parlato con un amico in questi giorni e lui ha chiosato: "Beh, anche l'orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno". Non mi è sembrato tanto poetico, ma ho incassato con dignità.

Torniamo all'ottobre 1994. Una volta fuori dal portone del Freesound era evidente a tutti l'urgenza di quello che per ogni band giovanile è IL TEMA: la scelta del nome. “Nome cazzuto, date cazzute; nome sfigato, date sfigate. Gira così raga, fidatevi", nessuno osò contraddire il manager. Io avevo in mente un qualche termine astruso copiato dal Rocci, il vocabolario di greco antico: non ricordo la parola ma so per certo che la mia proposta fu accolta da un paio di ehm e da una generalizzata tendenza a guardarsi la punta degli anfibi; non riscosse grandi consensi nemmeno "Baphomet", antico cavallo di battaglia di Mauro, che oltretutto dovette arrendersi al fatto che una band famosa con quel nome già esisteva. Fu il turno del Nekro: “Rose… Rose e Pistole”. “Cazzo dici, era Pistole… Pistole e Rose!” puntualizzò Calypso. Chiaramente i Beavis&Butthead di Bonola avevano già condiviso questa brillante suggestione, anche se ora non sapevano più se dovessero venire prima le rose o le pistole. Ma si capiva che ci tenevano, erano talmente convinti che noialtri (anestetizzatti dalla barbarica ondata di decibel che ci eravamo autoinflitti) non trovammo le parole. Il Manager stirò gli angoli della bocca in un indecifrabile “behh…”, notai che uno dei suoi foruncoli sul mento stava assumendo una tonalità più chiara e lo considerai un buon segno. Calò un pacificato silenzio a confortare la sensazione di essere, in qualche modo, parte di qualcosa. 
Quello fu il giorno dei Pistole e Rose. L'unico giorno? Sì, ma non fu forse glorioso?

E voi ricordate la vostra prima band? Facevate altrettanto schifo? Raccontatemi la storia nei commenti!
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