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I miei assolo preferiti
I miei assolo preferiti
di [user #17404] - pubblicato il

Questa mattina mi sono trovato faccia a faccia con un’incombenza che rinviavo da giorni, pulire e sistemare buona parte della casa. Mentre si rassetta, un'azzeccata selezione musicale in sottofondo è un’ottima maniera per farsela passare. Allora, ho deciso di creare una playlist ad hoc, raccogliendo una sfida che non mi ero mai deciso ad affrontare: selezionare le canzoni con le parti di chitarra solista che mi hanno influenzato di più. Qui le prime sei.

“So Lonely” The Police - Outlandos D'Amour (1978)
(Chitarrista Andy Summers)

È una prova un po’ anomala di Andy Summers all’interno dei Police.
Certo, c’è la componente reggae su cui poggiano le strofe e poi c’è il rock (che fa l’occhiolino al punk) nella maniera in cui esplodono i ritornelli. Ma c’è anche un’attenzione alle rifiniture chitarristiche, al solismo che poi Summers ha accantonato a favore dell’esplorazione di nuove sonorità con accordi ed effettistica. Qui, invece, c'è un assolo magistrale: cervellotico e stralunato nella costruzione ma melodico, cantabile. In un paio di frangenti, Summers preme sull’acceleratore e infila qualche grappolo di note insidiose. Lo trovo un assolo perfetto, con un suono centratissimo perché credo Summers stesse utilizzando qualche diavoleria tra quelle offerte dalla sua Fender Telecaster che era tutta modificata. E' curioso che nelle centinaia di bootleg live dei Police che ho ascoltato, Summers non si sia mai riuscito - nemmeno lontanamente - ad avvicinarsi alla poesia dell'assolo inciso nel disco. In ogni concerto nel quale mi sono imbattuto, nell'assolo di "So Lonely" Andy Summers ha sempre partorito delle mostruosità cacofoniche, ritmico/melodiche che non mi sono mai spiegato. Misteri dei live o magie dello studio di registrazione?

I miei assolo preferiti
 
“Road To Ruin” Mr. Big - Lean Into It (1991)
(Chitarrista Paul Gilbert)

Lean Into It è il disco che con la ballad acustica "To Be With You", porta i Mr. Big in cima alle classifiche. Nonostante questo sparuto successo, I Mr. Big sono una band nata fuori tempo massimo. Il loro, nelle intenzioni,  è un poderoso rock da classifica: arioso, solare, poppeggiante, come solo gli americani sanno fare. Inoltre, sfoggiano quella tecnica e quei preziosismi da  fuoriclasse che il post Van Halen aveva imposto nell' hard rock della seconda metà degli anni '80. Tutto perfetto, non fosse che i Mr. Big debuttano negli stessi anni in cui Soundgarden, Pearl Jam e Nirvana stavano spedendo in soffitta proprio quel modo di suonare rock tutto lustrini e chitarre fosforescenti.
Cio' nonostante "Lean Into It" è un gran disco e il chitarrista Paul Gilbert è all’apice della forma; meno di cinque anni prima, nei Racer X, Gilbert era diventato un'icona vivente della chitarra metal.  Paul snocciolava assolo mozzafiato che parevano  Glenn Gould alle prese cone le“The Goldberg Variations” di Bach ma al doppio della velocità e con il distorsore a cannone. Nei Mr. Big - e in "Lean Into It" in particolare - Gilbert insegue una maggiore concretezza e solidità melodica negli assolo: fa una grande ricerca in termini di sintesi, suono, essenzialità. E realizza una prova chitarristica magistrale nella quale, comunque, riesce a inserire delle perle di virtuosismo. Una di queste è nell'assolo di “Road To Ruin” che ha una costruzione rock blues perfetta: timing, intenzione, blue note…quella maledetta pentatonica di Do Diesis Minore è strizzata fino in paradiso tra armonici e svisate sanguigne, scandite sul tempo come nell’acciaio. Poi, ad un tratto, arriva quello sweep deflagrante: un arpeggio di Mi maggiore settima, spalmato su tutte e sei le corde e  - come se non bastasse - esteso, in tapping e  slide, sul Mi cantino…feeling rock blues e tecnica da primo violino solista, assieme e in un colpo solo. Ciao poveri!

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“Il Duomo di Notte” Alberto Fortis - Alberto Fortis (1979)
(Chitarrista Franco Mussida)

Alberto Fortis debutta nel 1979 con questo omonimo album. Nelle registrazioni del disco si avvale dei musicisti della Premiata Forneria Marconi e quindi della sei corde di Franco Mussida. In questo pezzo, “Il Duomo di Notte”, Mussida incide un piccolo capolavoro. Non è solo la presenza, l’eleganza del tocco e delle note messe in fila a emozionare. È la capacità di essere stupefacente e inatteso - che ogni grande assolo dovrebbe avere - che qui è sintetizzata alla perfezione. A due minuti, Mussida tratteggia una melodia rarefatta, malinconica che prende per mano l’ascoltatore e lo trascina sempre di più nell’atmosfera dolce e grigia della canzone. E poi, d’un tratto, esce una piccola ruffiana e deliziosa svisata blues che porta il sole, distensione e un cambio di registro che quasi confonde per la bellezza che spalma tra gli accordi.

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“Ridere di Te” Vasco Rossi -  C’è chi Dice No (1987)
(Chitarrista Maurizio Solieri)

Solieri dice di essersi ispirato a Mark Knopfler quando ha scritto "Ridere di Te" e pensato agli arrangiamenti di chitarra. Ma c’è molto, molto di più in queste chitarre. Perché Maurizio Solieri ha una personalità così forte che riesce a impreziosire tutte le componenti d’importazione della chitarra rock, inglese e americana, con una liricità e una proiezione melodica esclusivamente italiane. E così c’è tutto nelle chitarre di questa canzone: c’è la maestria di suonare tantissimo senza schiacciare mai, neanche inavvertitamente, i piedi alla linea melodica della voce; negli arpeggi c’è un chorus da far invidia ai Roxy Music e il groove è quello di uno che si è mangiato i dischi di Nile Rodgers. L’assolo sembra prendere il fraseggio melodico più ispirato di Eric Clapton e farlo ballare al tempo di questa graziosa ballad che ha tutta la magia e frivolezza degli anni ’80.

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“Big Trouble” David Lee Roth - Eat’em and Smile (1986)
(Chitarrista Steve Vai)

Io continuo a credere che una delle maniere migliori per stuzzicare genio e creatività sia l’urgenza di uscire dalla propria zona d’agio. Successe così a Steve Vai quando registrò il primo disco con David Lee Roth e alla cabina di regia sedeva Ted Templeman, volpone che aveva prodotto tutti i dischi dei Van Halen. Nessuno dei due, cantante e produttore,  era interessato alle elucubrazioni intellettuali che il giovane Steve Vai aveva mutuato da Frank Zappa. David Lee Roth aveva abbandonato i Van Halen all'apice del successo e ora, da solista, voleva un disco rock per scalare le classifiche con assolo come fuochi d’artificio, capaci di riempire la bocca di sabbia a chi era pronto a dire che nessuno avrebbe potuto fare meglio di Eddie Van Halen al fianco di Lee Roth. Templeman e Lee Roth dalla chitarra di Steve Vai non vogliono preziosismi da giovane scienziato del pentagramma ma fuoco e fiamme.Steve Vai li accontenta e fa esplodere la sua guitar extravaganza in maniera accecante con assolo irriverenti, dissoluti e impossibili. In questo disco Vai suona più pentatonica di quanta ne toccherà poi in tutta la sua discografia (successiva e precedente) ma nemmeno sfiora i soliti cliché rock blues. È alieno nella scelta delle note, nella divisione ritmica, nel piglio melodico visionario ed è perverso e fantasioso come un serial killer nell’utilizzo della leva del vibrato. L’assolo di “Big Trouble” fa piangere per quanto è ispirato ed assieme elegante, lieve ma zeppo di ferocia e tecnica.
Nessuno ha mai più strapazzato il ponte di una chitarra con tanta sensualità e perizia.
Non mi sono mai lanciato con il paracadute. Ma ho sempre pensato che quella fuga inafferrabile in tapping nella coda dell'assolo, sia quello che si prova quando si precipita nel nulla, gli istanti prima che il paracadute si apra.

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“Idea Effe” Dolcetti - Arriver (2006)
(Chitarrista, io)

Poi c’è un’altra cosa che credo. Che per suonare bene sia importante suonare cose che si amano e che devono piacere e rendere felice, prima di tutto, chi le scrive ed esegue. Così, dopo una vita spesa a dannarmi per  imparare a suonare la chitarra, che tristezza se non avessi confezionato un brano che mi piace da pazzi ascoltare e che mi gratifica suonare. E non perché ci sia nulla di particolarmente spettacolare o difficile a livello esecutivo. Semplicemente perché mi pare una foto riuscita bene del mio estro e del mio modo di vedere la musica e le cose. 

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