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Suonare veloce, la volpe e l’uva
Suonare veloce, la volpe e l’uva
di [user #17844] - pubblicato il

Non c’è una sola ragione al mondo per cui suonare poche note sarebbe meglio di saper eseguire passaggi veloci e tecnicamente complessi.
È uno dei temi che più divide i musicisti, forse anche più gettonato del sempreverde “analogico contro digitale”. Nei giorni scorsi mi è tornato alla mente dopo aver visto più volte uno specifico video girare sui social: era un’esibizione del chitarrista Pasquale Grasso che, con Emmet Cohen al piano, Kyle Poole alla batteria e Russell Hall al contrabbasso, si lanciava in una versione frenetica - indiavolata direi - dello standard jazz “Cherokee”.



Il video è vecchio di un anno, ma per qualche motivo negli ultimi giorni ha affollato i miei feed, con svariate notifiche di commenti e condivisioni.
I musicisti coinvolti sono eccellenti, non c’è che dire, eppure il tenore medio dei commenti era ipercritico. Le considerazioni erano per lo più rivolte alla velocità di esecuzione e alla quantità di note infilate negli assolo, ritenute superflue, vuote di significato da chi, probabilmente, ignora le mitragliate messe a punto oltre mezzo secolo fa da chi quel brano lo ha reso uno standard, oltre ad aver contribuito a codificare l’intero linguaggio del jazz e del bebop.
Per fare un nome, ecco Charlie Parker suonare lo stesso brano nel 1946.



Certo, il metronomo non è altrettanto veloce, ma di certo non è una ballad. Eppure, “Bird” aveva dimostrato in molteplici occasioni di saper sfoderare un pathos senza eguali nei passaggi lenti, tanto quanto un’espressività e una complessità rara in quelli veloci.

Forse la chiave è proprio lì, nella padronanza della tecnica musicale (intesa come conoscenza della teoria e relativa applicazione pratica) e della meccanica sullo strumento al servizio dell’espressività.
Facciamo un altro esempio, per restare nel genere. Il John Coltrane di “Naima” è un esempio di lirismo magistrale.



Sembra impensabile che, dallo stesso sassofono, sia potuto uscire un brano cervellotico, velocissimo, complicato all’inverosimile come “Countdown”. Eppure neanche lì c’è una singola nota fuori posto, e sfido chiunque a dire che quei fraseggi sono superflui o poveri di significato.



Torniamo in ambito chitarristico. Quando si pensa alla velocità di esecuzione, si sfocia spesso in vere e proprie esasperazioni ai limiti della parodia. Ho trovato sempre molto divertente, per esempio, una specifica citazione di Yngwie Malmsteen circa il detto “Less is More”, “meno è più” come invito a non strafare.
“Come può essere più il meno, più è più!” recita Yngwie, ed è la sintesi perfetta del suo personaggio.
Malmsteen può piacere e non piacere, è innegabile la sua predilezione verso i brani veloci, ma sullo stesso tema vediamo esprimersi anche un chitarrista che sì, è in grado di far girare la testa con scaricate di note, ma anche di creare immagini bellissime con pochi suoni.
Interrogato a riguardo, Guthrie Govan in una vecchia intervista ci raccontava: “Sono un tipo magrolino e nervosetto, bevo un sacco di caffè, parlo veloce e suono veloce”.
Per lui, insomma, è un semplice modo di essere, un modo specifico di pensare che porta a un linguaggio ben preciso. Ciò non toglie che, anche se si conoscono un sacco di parole difficili e si è in grado di pronunciare scioglilingua complicatissimi, si possa essere bravi nel trasmettere emozioni, che sia con poche parole pronunciate tra lunghe pause, o con tantissime a ritmo concitato. Tutto sta a quello che si vuole trasmettere, finché si ha padronanza del mezzo. Insomma, si può scegliere. In fondo, la musica è fatta anche di contrasti, e magari è proprio un’accelerata improvvisa prima di un lungo bending a dare ancora più valore a quella nota lenta, e ogni aspetto controbilancia l’altro per far sì che il playing sia stimolante, interessante, mai piatto nell’una o nell’altra direzione.



Non è possibile invece il contrario: se passi tutta la tua vita con la convinzione che poche note siano meglio di tante, a prescindere, stai limitando la tua espressività. E, se la pensi così, potrebbe essere proprio perché non ti sei mai sforzato a cercare di comprendere quei linguaggi che a te sembrano vuoti, superflui, ma che forse - e ripeto forse - ti appaiono così solo perché tu non sei abbastanza preparato per comprenderli, per goderti il loro contenuto.
A questo proposito, condivido un ricordo: Stefano Bollani, durante un seminario tenuto al conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli. Erano i primi anni del corso jazz e gran parte del pubblico era ancora composto da studenti del vecchio ordinamento, quello di sola musica classica, alcuni dei quali non vedevano proprio di buon occhio i musicisti jazz, le loro “note messe a caso”, quelle canzoni che “non si capisce come iniziano e come finiscono”.
Bollani è strabiliante, come musicista e come oratore. Nel momento delle domande, uno studente lo sfida: “i jazzisti fanno il tema, poi ognuno suona per un po’ e a un certo punto il pezzo finisce, non si capisce niente”.
“TU non lo capisci” fu la risposta tanto secca quanto eloquente di Bollani.
Forse, è davvero tutto qui.

Insomma, questa è la mia idea. Come recita un meme di internet: “change my mind”.
curiosità guthrie govan musica e lavoro yngwie malmsteen
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