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Carvin SH65
Carvin SH65
di [user #4785] - pubblicato il

Come un vero custom shop, Carvin permette di personalizzare i modelli in catalogo sotto quasi ogni aspetto. A differenza di un custom shop, i prezzi sono perfettamente in linea con le serie industriali della concorrenza ed è possibile acquistare direttamente dalla fabbrica nella comodità di casa propria.
Come un vero custom shop, Carvin permette di personalizzare i modelli in catalogo sotto quasi ogni aspetto. A differenza di un custom shop, i prezzi sono perfettamente in linea con le serie industriali della concorrenza ed è possibile acquistare direttamente dalla fabbrica nella comodità di casa propria.

Carvin è uno storico marchio americano che produce amplificatori, bassi e chitarre in USA. Nel caso della SH65, in maniera (credo) semi-artigianale in California, presso il Custom Shop di San Diego: il sito dice "hand-crafted at San Diego Custom Shop".
Il modello di vendita direct adottato dall'azienda penalizza un po’ la politica distributiva del marchio in Europa, poiché i costi di spedizione, le tasse etc. fanno alzare il prezzo di acquisto per l’acquirente finale. È difficile trovare chitarre Carvin nei negozi italiani, a meno che si tratti di usati che comunque sono apprezzatissimi.
Non accade lo stesso per gli amplificatori dello stesso marchio, che da un lato non sono custom bensì produzione standard/factory, e poi probabilmente fruiscono di un diverso canale distributivo, quindi sono da noi più facilmente reperibili.

Vero è che, acquistando così, manca l'esperienza di provare prima lo strumento, ma a questi livelli credo che avere brutte sorprese sia davvero difficile. Tra l'altro la scarsità di chitarre Carvin in vendita sui vari mercatini mi dà conferma nel pensare che chi ne ha una se la tiene.
Occorre dire che il modello di vendita direct offre diversi vantaggi. Innanzitutto, le infinite possibilità di personalizzazione dello strumento (provate a farvi un giro sul sito: alla fine otterrete veramente il vostro strumento, unico). Per la consegna entro gli USA, inoltre, la spedizione è gratuita o quasi, permettendo di accedere, per prezzi realmente competitivi, a strumenti semi artigianali di classe custom.
Un po' come se andaste sul sito Warmoth, solo che qui la chitarra vi arriva già pronta finita, non in singoli pezzi.

Veniamo allo strumento. La mia è una SH65, hollow-body. Body di forma simil-Telecaster, ma le analogie con il mondo Telecaster in pratica finiscono qui, se si eccettua il montaggio delle code passanti sul retro del body.
La chitarra è una neck-through-body, soluzione che garantisce grande sustain e agile accesso ai tasti più alti della tastiera grazie alla piattezza del punto di attacco tra manico e corpo (che sono un tutt’uno: il tenone, o tacco, in effetti non c’è). A detta di alcuni, il neck-through dovrebbe garantire anche un minor numero di dead spot sul manico. Secondo altri, è il miglior modo per costruire chitarre (e bassi).
Il downside del neck-through, oltre a costi di produzione un po’ superiori, è che in caso di torsioni, warp e simili, le riparazioni sono veramente difficili, quando non impossibili.

Il manico è in acero, un pezzo, profilo tipo D abbastanza sottile. È sormontato da una tastiera da me scelta in palissandro (molto scuro). La scala è da 25", 24 fret in acciaio di tipo mid jumbo.
Il legno del manico evidenzia, ove la verniciatura lo permette, un taglio dell'acero abbastanza slab, non vicino al quarto. Tuttavia dopo due anni pare stabile, non ho mai dovuto mettere mano al truss-rod.
Molti i pareri riguardo ai tasti in acciaio: chi li ama, chi li odia (soprattutto tra i liutai, i quali hanno maggiori difficoltà a lavorare coi tasti in acciaio che, essendo molto più duri, tendono a rovinare gli utensili). Una cosa è certa: i tasti in acciaio hanno feel e sonorità davvero diversi dai tasti standard in nickel. Nel mio caso sembrano molto brillanti.
Sono molto lisci: i bending (forse aiutati dal ponte fisso) sono una libidine. Ci si spiega come mai marchi come Suhr, Tom Anderson etc. utilizzino solo tasti in acciaio. La differente sensazione di cedevolezza nell'impatto "dito-corda-tasto" è che coi tasti in nickel sembra che sia il tasto a cedere alla corda, coi tasti in acciaio il tasto non cede, è la corda a farlo. Tra l’altro, essendo molto più duri, hanno vita utile di gran lunga superiore al nickel. Difficilmente dovrete fare un refret a una tastiera con tasti acciaio.

La chitarra monta di serie corde Elixir .009 – .042 ma si possono chiedere anche .010 – .052. Il raggio della tastiera è un uniforme 12", ma anche tale parametro è oggetto di possibili personalizzazioni all’atto della configurazione. Per la paletta, ho optato per quella che in Carvin chiamano "Holdsworth"
Nota: tutti sanno che Allan, da vari anni endorser Carvin, utilizza chitarre headless con ponti tipo Steinberger, ma qualche anno fa, prima che cominciassero a montare ponti di tipo Steinberger anche sulle Carvin, esistevano alcuni modelli Carvin "Holdsworth Signature" muniti di paletta.
Si tratta di una paletta reverse a mio avviso bella e originale, di tipo asimmetrica 2+4.
Il retro del manico ha una verniciatura sfumata in tinta col corpo e con la paletta, e la finitura è di tipo opaco, non appiccicosa.

Per il corpo, ho optato per un mogano, top acero, con camere tonali e una buca a effe. C’erano una miriade di opzioni, vernici, finiture, binding, scelte di legni per il to di classe AAAAAAAA, colori burst, etc., ma ho cercato di tenere i costi della mia configurazione a un livello accettabile. Va detto che già così, senza fare scelte specifiche sui legni, lo strumento che ho ricevuto presenta una estetica, una selezione di legni e un livello di liuteria al di sopra delle più rosee aspettative. Chi scrive possiede anche varie altre chitarre di alta gamma dei soliti marchi noti.

La parte elettronica è in configurazione humbucker H22 al ponte e humbucker C22 al manico. Al manico, ho mantenuto l’opzione standard Carvin, mentre al ponte ho ordinato un Holdsworth model (mi piace Holdsworth, si era capito?).
I due pickup sono splittabili con push-pull sul tono, per un totale di sei configurazioni. Il pickup "stock" al manico è forse il punto meno forte di questa chitarra. Non posso dire che non suoni o che suoni male, semplicemente non ha tantissima personalità. Il pickup al ponte invece tiene fede alla propria signature, molto godibile sempre, sia nei solo con drive (magari chiudendo il tono e spingendo l’ampli sui medi e pochi bassi), sia nelle ritmiche, e la posizione centrale con split ci porta vicini a certi territori Fender. Da notare che gli humbucker Carvin sono del tipo "11+11 poli" quindi l’uniformità del campo magnetico e del volume tra le corde e nei bending risulta migliore rispetto ai sei-poli.

Ma non è finita. La chitarra è provvista di sellette piezo Graphtech sul ponte Tune-o-matic e con equalizzazione attiva, quindi è disponibile una palette di suoni acustici credibili. Il sistema piezo è miscelabile coi pickup magnetici o utilizzabile attraverso un'uscita separata.
Ovviamente, già che c’eravamo, non ci siamo fatti mancare niente, quindi tramite le sellette con pickup HEX è presente il controller per guitar synth con connettore 13 pin standard Roland.
Le sellette piezo a diretto contatto con le corde, unite alla struttura di fatto monoblocco della chitarra, hanno benèfici effetti sul tracking e sulla latenza (davvero bassa) quando si piloti un guitar synth Roland di recente generazione. È chiaro che col guitar synth la tecnica esecutiva deve essere molto definita e bisogna rinunciare a una serie di tecniche espressive (legati, hammer on, pull-off, tapping, sweep, ma anche lo strum degli accordi, le ritmiche funky etc.) che fanno parte del bagaglio del chitarrista, ma questa sarebbe materia per un altro articolo. Naturalmente, la parte elettronica (ma non i pickup magnetici, rigorosamente passivi) è alimentata da una batteria 9V.

 Carvin SH65

Torniamo alla recensione della nostra Carvin SH65. La chitarra suona da Dio per i miei gusti. Suona da sola. Intonatissima, action bassa quanto basta, senza buzz, tra l’altro settata in fabbrica alla perfezione. Le Sperzel autobloccanti di serie fanno il loro dovere.
Il suono è sempre presente, con molte armoniche grazie ai tasti in acciaio. La chitarra, di fatto una semiacustica in una dimensione da solid body, suona in maniera avvertibile anche da spenta, sarà per la camera tonale e/o per la coesione costruttiva neck-through. Il profilo del manico, unito al raggio 12” e ai tasti mid-jumbo, rende la fatica di suonare anche dopo ore un lontano ricordo.
È una chitarra confortevole, non pesante, sembra più corta della realtà (è un effetto ottico dovuto alle ridotte dimensioni della paletta).
Sui puliti al manico, Pat Metheny è lì a disposizione, chiudendo il tono e magari con un po’ di blending di synth. Senza il synth, il pickup al ponte ci offre varie opzioni: Robben, Larry, a parte il già citato Allan (ma il suo suono in realtà è impossibile da replicare esattamente).
I due pickup splittati fanno il loro sporco mestiere nelle ritmiche funky. Sui suoni e sulla personalità, difficile fare paragoni coi mostri sacri, indubbiamente è molto diversa dalla "triade", sicuramente una chitarra molto versatile, molto suonabile, estremamente intonata su tutto il manico.

A voler trovare dei difetti, oltre alla personalità non spiccata del magnete al manico (volendo si potrebbe facilmente risolvere sostituendolo con un simil-PAF, per esempio), si potrebbe dire della qualità dei componenti hardware utilizzati per l’elettronica: sto pensando alle manopole per volume e tono e levette selettori. Non è una questione di assemblaggio (funziona tutto bene) ma proprio di qualità della componentistica spicciola (potenziometri etc.), non all’altezza di tutto il resto.

La chitarra è completa di custodia rigida originale. Due mesi di attesa dal momento dell'ordine via internet al momento della consegna. Un acquisto, in definitiva, del quale sono fiero. I misteri del marketing (soprattutto italiano) non finiscono mai.

Nota della Redazione: Accordo è un luogo che dà spazio alle idee di tutti, ma questo non implica la condivisione di ciò che viene scritto. Mettere a disposizione dei musicisti lo spazio per esprimersi può generare un confronto virtuoso di idee ed esperienza diverse, dando a tutti l'occasione per valutare meglio i temi trattati e costruirsi un'opinione autonoma.
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