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 Clapton and friends live at Hyde Park
Clapton and friends live at Hyde Park
di [user #29992] - pubblicato il

Una delle ultime occasioni di vedere dal vivo Eric Clapton era una festa stratosferica popolata di big della musica e avvolta nella magia di Hyde Park.
Hyde Park per me - oltre a essere uno dei parchi più belli ed estesi di Londra - è sempre stato sinonimo di musica, di buona musica, e di storia del rock n’roll. Fino a una settimana fa lo consideravo alla stregua di uno spazio mitico, una dimensione decisamente sfocata, fatta di ricordi in realtà mai vissuti ma intrisi di partecipazione a causa del legame indissolubile con alcuni artisti che sulla morbida erba inglese hanno fatto risuonare le loro note a fine anni '60. I Rolling Stones o i Blind Faith, o in tempi più recenti Eric Clapton (negli anni '90) e ancora gli Stones (tanto perché a loro non piace essere protagonisti) nel 2013. C’è stato fortunatamente un ulteriore tassello da aggiungere alla storia magica del parco inglese, uno degli ultimi pezzi del mosaico della musica rock che hanno colorato le distese verdi del parco nascosto. Lo scorso 8 luglio, in occasione del British Summer Time, c’è stata quella che probabilmente sarà l’ultima esibizione in Europa di una leggenda che aveva già calpestato, tra gli altri, l’erba di Hyde Park in altre due occasioni: Eric Clapton. Non solo, c’erano artisti di supporto di indiscusso livello, da Chas and Daves al nostro Zucchero, da Steve Winwood a Santana passando per Gary Clark Jr.
Non volendo stare a guardare con sguardo sognante per l’ennesima volta il grande palco intrecciato tra gli alberi, sotto cui avrebbero suonato artisti di un livello simile, ed essendo da una vita ormai all’inseguimento di Slowhand che per un motivo o per un altro mi è sfuggito di mano in più occasioni, io e un gruppo di amici ci siamo recati nella capitale inglese per assistere al concerto, immergerci nell’atmosfera sognante di Hyde Park e celebrare come si deve gli ultimi colpi in canna di God.

Premessa da fare, il festival è una macchina da soldi mostruosa, un prodotto del capitalismo e del consumismo sfrenato che da anni ormai circonda i mostri sacri del rock n’roll. Questo si percepisce in modo abbastanza evidente, ci sono metal detector, tornelli antipanico e moltissimi stand eno-gastronomici in cui fermarsi a bere o a mangiare. Insomma, pur sembrando Woodstock o Hyde Park di fine anni '60, risulta abbastanza chiaro che le finalità siano ben altre. Tuttavia la cosa non è risultata sgradevole, anzi, un’organizzazione impeccabile che ha sfruttato le ingenti entrate (sono stimati guadagni milionari) per rendere il parco ancora più suggestivo, uno spazio immenso per tutti, possibilità di camminare e spostarsi per l’intera durata del giorno senza rischio di farsela addosso (ovviamente si beve molto in simili occasioni) hanno reso il tutto ancora più godibile. A questo si aggiunge un pubblico decisamente adatto per l’occasione: tutti ridevano, bevevano, ballavano, tutti lasciavano spazio allo sconosciuto del posto accanto, c’era grande complicità, e stare a piedi nudi sul prato inglese di Hyde Park, ridendo e scherzando in compagnia di buona musica e di persone di ogni età e mai viste prima (moltissimi giovani) era già un’ottima premessa per l’intera giornata. Ma ora torniamo alla musica.

Le band di apertura sono state moltissime e sarà difficile passarle in rassegna singolarmente. Dopo nomi più grandi come Chas and Daves e il nostrano Zucchero (purtroppo ascoltati mentre eravamo ancora in fila), hanno cominciato a suonare, intorno alle 15 ora locale, artisti ben più acclamati dal pubblico inglese, o meglio acclamati da una folla abbastanza ampia perché il parco cominciava a riempirsi.

Gary Clark Jr ha aperto le danze con una grande cover di Robert Petaway: "Caftish Blues". Eravamo appena entrati nell’immenso parco con quel suono grande e ruvido proveniente dagli humbucker della sua Epiphone, mai accoglienza poteva essere più adatta. Hyde Park diventava la culla del blues con la chitarra roboante proveniente dall’entroterra americano del chitarrista texano. Purtroppo, l’acustica del suo set non è tra le migliori, buona parte della sua scaletta sembra essere il posto designato per il soundcheck, disgrazia che spesso tocca agli artisti di apertura (mi ricorda quanto accaduto con John Mayer a Roma prima dei Rolling Stones). In ogni modo l’esibizione è stata di tutto rispetto, i picchi più alti sono stati raggiunti con i suoi brani più famosi, espressione più pura del texas blues di cui Gary è sicuramente uno degli esponenti più importanti degli ultimi anni: "When My Train Pulls In", compassatissima, e "Bright Lights" con cui ha concluso l’esibizione, con l’esultanza del pubblico sin dal primo accordo. Per quanto riguarda la mia preferenza personale, ho adorato la ballad "Our Love" in cui ho avuto modo di apprezzare Gary anche come cantante oltre che come eccellente chitarrista. Piccola nota sul suo suono: ha utilizzato moltissimo la Gibson SG, dalla quale ha tirato fuori uno dei suoni più belli che abbia mai sentito live: profondo e molto vecchia scuola, mi ricorda moltissimo Alber King e credo che sia quanto più vicino ci sia oggi sulla scena musicale a quella tradizione blues. Grandissimo Artista.

 Clapton and friends live at Hyde Park
 
Finito Gary Clark Jr, dopo una ventina di minuti per rifocillarci, sugli schermi compaiono delle foto di Steve Winwood e dall’urlo degli oltre settantamila si capisce che è giunto il momento di una leggenda che, come ha personalmente ricordato durante la sua esibizione, ci avrebbe regalato un po’ di musica vecchia di ben quarantuno anni, risalente a quel 1969 in cui insieme a Clapton e Jinger Baker si era esibito proprio in Hyde Park. La sua entrata è stata da vero e proprio mostro sacro, con "I'm a Man" introdotta da una band fantastica con percussioni e fiati che per un attimo ci ha illuso fosse Santana a dover salire sul palco. L’organo Hammond, presente ed energico, sembrava volesse esplodere dalle casse dell’impianto di amplificazione. Si concede qualche minuto di piacevolissima improvvisazione - mai sentito nulla di simile in quanto a energia da un hammond - e poi comincia a cantare con una voce incredibilmente fresca e potente. Si torna realmente indietro negli anni, la gente attacca a ballare su una scaletta di grandissimi classici. "Pearly Queen" è un capolavoro assoluto e, insieme a "Them Changes", ha dato una scossa all’intero parco totalmente preso dalla musica e dalla voce di Steve. Ma siamo ancora all’inizio ed il meglio arriva quando Winwood passa alla chitarra e ci regala "Can’t Find my Way Home", da sempre una delle mie canzoni preferite, bellissima perché giocata tutta sulle dinamiche e capace di dare dei brividi dal vivo anche maggiori alle storiche esibizioni, da consumare nell’ascolto, firmate Clapton-Winwood.  Ma non è ancora finita, c’è spazio per "Had to Cry Today" che ti spinge per forza di cose a cantarne il coro, pur rendendoti conto di non avere minimamente le capacità vocali di quel signore lì sul palco che nel frattempo è diventato anche un chitarrista molto migliore di te, pur senza strafare, o meglio, senza strafare per il momento. In "Dear Mr Fantasy", che io credevo eseguisse in duetto con Eric, ci ha lasciato di sasso di fronte alla capacità chitarristica. Steve Winwood si è mostrato l’artista più completo e geniale salito su quel palco. Dopo "Gimme Some Lovin'" ci saluta, ed è un saluto quanto mai triste perché dopo un’ora in sua compagnia dispiace dover tornare al silenzio consapevoli di non poter più ascoltare qualcosa di simile bellezza.

 Clapton and friends live at Hyde Park

 Dopo qualche minuto, l’atmosfera dolce e musicale di Winwood sembra essere già dimenticata quando ormai siamo dei “Santana Bananas” come lui ci definisce nel corso dell’esibizione. I bonghi iniziali ci portano da Hyde Park a Woodstock, tutti in piedi a saltare sulle note di "Soul Sacrifice". Il pubblico è letteralmente impazzito, sembra di essere lì solo per Santana e verrebbe da dire “Clapton chi?”.  Forse è questa in effetti la domanda che ci facciamo quando intoniamo il coro di "Jingo": Hyde Park è letteralmente infuocato. Santana trasmette un’energia senza pari, se la ride, balla e suona in modo sanguigno e violento. La band è stratosferica e tiene perfettamente il palco, pur non parlando sempre in inglese, ma giocando con lo spagnolo. Ma anche in questo caso il meglio deve ancora venire: su "Black Magic Woman" si rischia un infarto e il pubblico ormai è totalmente preso, “mi spiace Eric, ti hanno rubato la scena” pensavo, anche perché il blues latino di "Oye Como Va" non può non farti tremare la terra sotto ai piedi. Di Santana ho sempre pensato fosse un ottimo chitarrista, purtroppo troppo svenduto al mercato pop, e in effetti quella parte del suo repertorio era quella più conosciuta e cantata dai presenti. Devo ricredermi su pezzi come "Smooth" e "Maria Maria", sarà la partecipazione totale nei cori, ma mi sono piaciute moltissimo, Santana è riuscito addirittura a farmi ballare. Sulle note di "Love, Peace and Happiness" si chiude un’esibizione stratosferica, ricca di carica, energia e ironia. Carlos si concede un ultimo colpo basso - dopo aver già accennato durante una delle sue funamboliche improvvisazioni il riff di "Satisfaction" (non si fa) - chiude il concerto sulle note di "While my Guitar Gently Wheeps", e farlo a casa di Clapton è un affronto quanto mai gradito dal pubblico.  Su queste pagine avevo scritto a proposito dell’impatto devastante scaturito dal chitarrismo di Jeff Beck, Santana fino ad ora è il chitarrista che più gli somiglia per certi aspetti, una sorpresa inaspettata. La totale mancanza di schemi e una ricerca musicale cha affonda le radici in più tradizioni rendono i suoi spettacoli molto più veri, energici e sinceri di quanto non siano alcuni suoi dischi troppo ragionati e pensati per piacere a un pubblico da musica latino-americana.

 Clapton and friends live at Hyde Park

Ma forse ci eravamo dimenticati del motivo per cui eravamo lì. L’atmosfera da Woodstock poco si confà al prato inglese di Hyde Park e il tatuaggio che mi sono ritrovato sulla schiena (che ancora non va via), forse avrebbe dovuto essere "Clapton is God". Perché quell’uomo che silenziosamente sale sul palco con un timido "thank you" è il motivo per cui ancora oggi si parla di chitarra elettrica e perché molti chitarristi hanno potuto cominciare a suonare, anche quel Santana che sembrava volergli rubare la scena per un’ora di fuoco. "Somebody Knocking on My Door" e la legge Slowhand è ormai imposta, il pubblico è in religioso silenzio in contemplazione delle meraviglie del più grande di tutti. Clapton ha sempre fatto a modo suo, anche quando negli anni Settanta rinunciava alle grandi folle per andarsene in tour su un furgone mezzo rotto con i Delaney & Bonnie, o quando preferiva la chitarra acustica di "Hello Old Friend" alle lunghe improvvisazioni elettriche dei Cream. I primi venti minuti di concerto sono all’insegna del blues nudo e crudo, quello che piace a lui. "Key to the Highway" è un pezzo che lui adora e dal vivo è diventato imprescindibile, anche se sembra voler tenere il freno a mano tirato e si limita ad accennare qualche fraseggio, lasciando spazio alla sua storica band. Doyle Bramhall II si prende più volte la scena, e devo dire che sono rimasto davvero sorpreso dalla sua qualità e dalla pienezza del suono. Ma ora è la volta di "Hoochie Coochie Man" ed Eric su questo campo non sbaglia mai. Il pubblico comincia a essere preso a sberle dal classico riff inventato da Muddy Waters, tra una battuta e l’altra si inseriscono urli qui e lì sparsi, forse torna in mente il leggendario live proprio ad Hyde Park degli anni Novanta. "Everybody knows I'm here" canta Eric e cominciamo ad accorgercene alla grande quando tira fuori uno dei suoi assolo migliori (come se ne esistessero di brutti). Clapton è famoso per non utilizzare effetti, ma quando lo fa, ovviamente, sa essere il numero uno. Il wah con cui si apre "Got to Get Better in a Little While" rende il suo suono enorme, grosso e spesso, e a questo punto tutti possono inginocchiarsi. Clapton si risparmia quando può, ma poi non riesce a fare a meno di esplodere i suoi bending di due toni e quel vibrato con il medio alzato che sembra mandarti elegantemente a quel paese, grazie mille per questi dieci minuti di divinità. A tal proposito ho ancora in mente un’immagine, un bending sul mi cantino fatto con il solo indice con cui prende anche il si, sprazzi di Dio che restano nella mente a vita. Sul finale della traccia duella con Doyle Bramhall in una chiusura tiratissima, da orgasmo per gli amanti della chitarra, e solo questa canzone vale l’intero prezzo del biglietto.



Ma ora Eric è un po’ stanco. Ha speso molto, si siede e prende in mano la sua Martin acustica: lì si verifica l’ennesimo miracolo di God. Il pubblico in silenzio, nessuno capisce cosa stia per fare, si muove con eleganza sulla tastiera, accarezza letteralmente le corde e poi dopo un tournaround ci regala "Driftin’ Blues". E quello è uno dei momenti più magici dell’intera giornata, il pubblico comincia a battere le mani lentamente, in levare, così come si confà al blues, nello stesso modo in cui molti anni fa, proprio Eric veniva accompagnato mentre sistemava le corde nella sua Telecaster, tanto che da allora fu noto al mondo intero come Slowhand. Non vuole strafare, non ha l’esplosività di Unplugged, ma tutti sono in silenzio perché "Il professore" (così lo chiamava il buon Jimi) è salito in cattedra. La traccia successiva è "Nobody Knows You When You're Down and Out" e in quel momento cominciano a inumidirsi gli occhi. La cosa più bella di questo concerto - o meglio, la novità assoluta di vedere un concerto in terra inglese - è stata la bellezza dei cori da parte dei presenti, mai invasivi, mai da stadio, con una pronuncia (ovviamente) perfetta: "Nobody Knows You" era da brividi, e ancora di più lo sarebbe stato "Layla, you got me on my knees Layla, I'm begging, darling please. Layla, darling won't you ease my worried mind". Proprio sull’intro di "Layla", una versione acustica accompagnata da una batteria jazzata stratosferica, il pubblico ha cominciato a urlare, tanto che anche nel silenzio religioso dell’esibizione qualcuno non ha potuto trattenere qualche strillo di piacere. Clapton is God e si sente appena accarezza le corde, dopo il primo solo di Doyle Bramhall, gli basta un bending sul mi cantino e la gente minaccia di gettarsi dal London Eye. L’emozione è tanta, il parco enorme sembra essere una piccola stanza piena di fumo, la sua voce e calda e su un bellissimo vibrato chiude "Layla", dopo la quale cala improvvisamente il silenzio più doloroso del mondo. Inaspettatamente Eric ripropone la sua "Tears In Heaven", che tra le lacrime di molti, comprese le mie, non ha bisogno di essere commentata, troppa è l’emozione che trasmette una simile traccia, per ovvi motivi.

 Clapton and friends live at Hyde Park

Ma ora è il momento di tornare più spensierati e un altro picco emotivo sta per travolgere il pubblico. Eric, in una delle sue rare volte che parla con i presenti, annuncia sul palco Marcy Levy, voce protagonista assoluta del disco Slowhand del 1977. "Lay Down Sally" è sempre una perla, indorata ancor più dalla voce di Marcy e dalla sua armonica, ma il delirio arriva nella traccia successiva, una delle più amate del disco di "Cocaine". "The Core" è nostalgia, energia, classe, e potenza. Sentire la voce di Eric e quella di Marcy che si intrecciano sul ritornello “Oh, I have a flame; feel it touch my heart. / And down at my core is the hottest part / I can burn without fuel”, è qualcosa di impagabile. Ma ovviamente protagonista ancora una volta è la sua chitarra, quel riff compassato che si è infilato dentro il mio retrocranio senza ancora uscirne da giorni non si dimentica con poco. Salutata Marcy si torna romantici e "Wonderful Tonight" è un’altra lezione di classe assoluta, anche questa traccia dal vivo diventa qualcosa di fantastico, le lacrime non si trattengono la voce è bellissima, ancor più lo è la chitarra. Quella sua mano delicata e semplice, che non esagera mai, ha reso Eric inimitabile. Pur senza avere una tecnica straordinaria, suona col cuore, e non è una frase fatta. Il cuore invece a noi poveri mortali è saltato fuori quando Eric ha deciso di far arrabbiare la sua Stratocaster, booster al massimo e il Woman Tone è servito: grosso, nasale, con un fortissimo attacco, in poche parole, divino. "Crossroads" è uno degli ultimi squilli con cui viene smossa l’intera folla di Hyde Park, un solo interminabile che lascia spazio all’ultimo blues del concerto: "Little Queen of Spades". Clapton spinge forte con la sua consueta classe, cambia tonalità alla canzone correndo sulla tastiera della sua Stratocaster, prima di chiudere con un tournaround che lascia l’amaro in bocca per il concerto che sta per finire. Infatti Nathan East, con le sue dita da polpo, annuncia l’intro di "Cocaine" e dopo i primi due accordi, quando ormai su Hyde Park è calato il sole, la folla ormai stremata saluta in ginocchio un Clapton ancora gigante, ancora God. Dopo il solo del divino, anche questo maestoso, iniziato con il suono del wah che è una sentenza assoluta, Chris Stainton sembra voler far crollare Hyde Park picchiando alla grande sul pianoforte prima che Eric chiuda “she don’t lie, she don’t lie, she don’t lie” e la risposta del pubblico è enorme “cocaine”.

 Clapton and friends live at Hyde Park

Saluti, la band torna nel backstage ma Hyde Park infuocato urla “We want more! We want more”, e dopo poco ci rendiamo conto che non è ancora finita. Sul palco vediamo salire spalla a spalla Eric Clapton e Carlos Santana (ah lo avevamo dimenticato), qualcosa che non capita spessissimo. Entrambi armati di Stratocaster, ovviamente per il primo, stranamente per il secondo (che durante un solo tenta di suonare sul ventiduesimo tasto pur non essendoci). Santana apre le danze con "High Time We Went" di Joe Cocker, e ci dà dentro fino a rompere una corda. Sembra davvero indiavolato e comincia a picchiare ancora più forte della chitarra, come a farle pagare il torto subito. Hyde Park è di nuovo in delirio e aspetta la risposta di God che non tarda ad arrivare, dopo un mega bending di due toni e un solo che ti perfora il cuore - sul palco se la ridono tutti, come a dire “che devi fare? È dio che suona” - la canzone si chiude in modo esplosivo, tutti si abbracciano salutano e dicono arrivederci, o forse addio.  Dopo qualche minuto di applausi senza fine, sugli schermi esce una scritta da far salire il magone, Eric ci saluta: “Thank you for coming, You were wonderful tonight”, io rispondo “Thank you God, you too”.
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