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Surfy Industries, Unità Reverbero
Surfy Industries, Unità Reverbero
di [user #4093] - pubblicato il

Parto subito con una premessa: posso rinunciare a tutto della mia strumentazione ma non al mio reverbero. Suonando quasi sempre in trio ho bisogno di spazialità nel mio suono e il reverbero è quell’elemento a cavallo tra il naturale e l’artefatto che trovo necessario.
Fatta questa premessa devo purtroppo aggiungere che ho sempre ripiegato su soluzioni di comodo, pedali digitali intendo, perché i reverberi sugli ampli non mi sono mai piaciuti più di tanto (aumentano il peso dell’amplificatore e non hanno mai quella profondità che mi aspetto). Il mito, il suono perfetto, il sacro Graal dei reverberi rimane la mitica unità reverbero della Fender, quella specie di testata valvolare che contiene l’effetto. Ma, per un pigro “working class musician” come me, è un oggetto troppo macchinoso (ingombra, pesa, è delicato ed infine, cosa non di poco conto, costa parecchio). 
Questa azienda svedese, la Surfy Industries appunto, ha saputo interpretare il mio, insieme a quello di migliaia di altri chitarristi, proponendo una soluzione mostruosamente autentica in uno spazio ridotto ed ad un prezzo accessibile.
Prima di parlare dei loro prodotti facciamo un passo indietro: l’ossessione di rendere tutto più “spaziale” nelle registrazioni è qualcosa che nasce negli anni ’50. Sam Phillips alla Sun Records di Memphis, per donare tridimensionalità alle registrazioni usava mandare la stessa registrazione su due unità a nastro leggermente sfalsate, nasceva il delay (anche se quello era un echo, echo a nastro, slapback echo). A Nashville un ragazzo belloccio armato di una Gretsch 6120 di nome Duane Eddy, insieme al suo produttore, tale Lee Hazlewood (che era anche un dotato cantante e un autore di razza), cercavano di dare un sapore immenso al suono delle corde basse di Duane, fino al punto di comprare un gigantesco recipiente di alluminio da posizionare fuori dallo studio, piazzarci dentro uno speaker e riprendere il suono del reverbero naturale che si creava in questa primordiale camera reverbero. A Detroit, dentro la mitica “Hitsville”, più conosciuta come Motown Records, i mix finali venivano fatti con gli speaker ripresi dentro un sottotetto con un’acustica unica, donando a quelle registrazioni un reverbero così unico da diventare un marchio di fabbrica. In California un giovane chitarrista mancino, ribelle ma con le idee molto chiare, tale Dick Dale, voleva a tutti i costi riprodurre con la sua Stratocaster il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia ma anche avere a disposizione note lunghe, infinite, che potessero sopperire alla debolezza della sua voce e un tale Leo Fender, che lo adorava, lo accontentò creando l’unita reverbero che è diventata un punto di riferimento per tutti.
Ma reverbero non vuol dire solo musica surf: lo si trova nel country, specie in quello californiano degli anni ’60 (provate ad ascoltare Don Rich con Buck Owens o Waylon Jennings, le loro tele sono sature di un reverbero bellissimo che compensa il suono secco della telecaster); ma anche nel blues, specie in quello di ispirazione west coast (Junior Watson o Kid Ramos non ne sanno veramente fare a meno); così come nel Rock and Roll tradizionale (Buddy Holly, Gene Vincent nel periodo post Cliff Gallup); nel country jazz (Jim Campilongo spreme all’osso il reverbero del suo Princeton) e nel jazz di nuova generazione (Julian Lange per esempio). Ovviamente nel pop è uno di quei colori a cui quasi nessuno rinuncia.
Adesso torniamo a quello che abbiamo tra le mani: tre unità reverbero dalla fredda ma bellissima Svezia.
Tutto nasce dal loro SurfyBear Classic Reverb Unit, una tank a tutti gli effetti, con dentro le molle (4 Accutronics per essere precisi, esattamente in linea con il progetto iniziale) ma un sistema mosfet, al posto di quello a valvole, e un’alimentazione esterna. Con queste premesse abbiamo davanti un’unità reverbero “vera”, ma decisamente più contenuta e affidabile.

Surfy Industries, Unità Reverbero

Il look è semplicemente azzeccato: sta benissimo su qualsiasi amplificatore “importante”. I controlli sono quelli della sua ispiratrice, la mitica testata 6G15 della Fender, ossia “Tone”, che scurisce o schiarisce il sound generale, il “Dwell” che altro non è che la quantità di reverbero erogato e il “Mixer”, ossia il blend tra suono pulito e suono effettato. Non è un pedale, infatti non è true bypass, e per questo motivo non ha uno pulsante per azionarlo ma un classico toggle switch (dallo scatto “importante”) per accenderlo o spegnerlo. Il motivo è semplice: questa unità reverbero vuole essere il più fedele possibile al progetto a cui si ispira, con i suoi pro e i suoi contro e tra i contro (ma per alcuni è un pro) c’è quello di modificare lievemente la pasta finale.
Dopo la messa in produzione di questo prodotto e l’inevitabile successo tra gli amanti del reverbero tradizionale, una miriade di chitarristi si sono visti sdoganare la loro insana passione per lo “sbrang” di californiana memoria. A questo punto l’azienda svedese ha deciso di venire incontro a coloro che adorano il reverbero ma non sono necessariamente dei chitarristi surf. È così nata la seconda loro creatura, ossia la SurfyBear Metal Unit.


Surfy Industries, Unità Reverbero
Facciamo subito chiarezza: quella parola “metal” indica principalmente il materiale di cui è fatto il case, non vi fate strane idee insomma. Il progetto, di base, è lo stesso della sua sorella “vintage oriented” (anche qui ci sono 4 molle Accutronics) ma va incontro al chitarrista più moderno, orientato verso diversi generi, ma con una passione smodata per il suono autentico. Il case in metallo permette di montare questo “pedalone” in una pedalboard, c’è lo switch on-off (con un comodissimo led a due colori), i tre classici controlli presenti nel modello classic e un controllo geniale, chiamato semplicemente “Volume”. Di cosa si tratta? Se avete avuto la fortuna di smanettare con diversi tipi di reverb tank originali avrete sicuramente notato come questi a volte mangiano il segnale originale dello strumento. In generale il reverbero (ma è nella sua natura) impasta e toglie attacco al suono finale; bene questo controllo viene in soccorso a chi (a differenza di un chitarrista surf che per esempio lo usa per la durata di tutto lo show) lo accende e spegne a seconda del pezzo. Si tratta di un clean boost di una bellezza rara (solo questo pomello vale il prezzo dell’effetto credetemi) ma incredibilmente utile per aiutarvi a “bucare” il mix finale quando usate l’unità reverbero. Insomma in un solo colpo potrete aggiungere presenza e spazialità al vostro suono.
Il terzo arrivato di questa serie è il fratello piccolo, la SurfyBear Compact Reverb Unit.

Surfy Industries, Unità Reverbero
In uno spazio che è quasi la metà delle sue sorelle più grandi hanno saputo condensare tutte le peculiarità tipiche di questi prodotti. Ci sono le molle (sempre Accutronics ma più corte), i controlli della Metal Unit, compreso il bellissimo clean boost e due controlli “Mixer”, denominati 1 e 2, con uno switch che vi permette di passare dal preset 1 al preset 2. È un true bypass e ha lo switch per accenderlo e spegnerlo. Con questo oggetto la ditta entra di diritto nel mondo dei pedali, ma con una classe sopra le righe: non scordiamoci che, anche se nello spazio di 25cm X 12cm X 6cm, abbiamo un’unità reverbero a tutti gli effetti.
Ovviamente molle più corte vuol dire lunghezza del reverbero più corta, ma stiamo parlando di una quantità di reverbero che andrà bene al 90% dei chitarristi sul pianeta. In più la possibilità di settare due preset permette di usarlo dentro una pedaliera in maniera sicuramente più creativa (per esempio a me è piaciuta la possibilità di avere un reverbero appena accennato da accoppiare ad un delay oppure il reverbero “importante”, quindi maledettamente presente). Un’altra piccola ma decisiva introduzione in questo pedale è il controllo “Decay”. Letteralmente è il “decadimento” dell’effetto, ossia la possibilità di aumentare o diminuire la coda del reverbero. È molto difficile da descrivere con le parole l’uso di questo controllo, però posso assicurarvi che è molto utile. Per esempio aprendo al massimo il Decay e aggiungendo un pizzico di Dwell, il suono che ne viene fuori è una specie di slapback echo molto particolare. Diversamente, Decay al minimo e Dwell al massimo, il suono ottenuto è una specie di reverbero dissonante (ascoltate i test sul video per capire meglio quello che intendo). Tutti e due al massimo? Beh benvenuti nel mondo della follia che stava alla base di musicisti come Dick Dale.
Ognuno di questi tre oggetti si rivolge ad una tipologia di chitarrista in particolare. Il primo è ovviamente rivolto ai chitarristi surf che vorranno un attrezzo accattivante da vedere, con un suono bellissimo, pochi ma essenziali controlli ma facile da trasportare, consapevoli che lo terranno acceso per tutta la durata dello show.
Il secondo è dedicato a coloro che suonano surf, ma anche blues (il west coast per esempio), non si spaventano di avere un aggeggio grande quanto una tastiera di un pc, con un suono cristallino, un boost che aiuterà qualsiasi amplificatore o chitarra a dare il meglio di se. Sicuramente un must per il professionista in studio ma anche per coloro che usano la chitarra in maniera più visionaria.
Il terzo è il compromesso perfetto per chi va in giro e quindi guarda sempre alla compattezza ma non vuole rinunciare alla pasta sonora. La possibilità di usare i due preset è una caratteristica veramente interessante, l’aggiunta del controllo di Decay aiuta ad aumentare la paletta di sonorità, insomma un prodotto definitivo (credetemi non saprei cosa aggiungere a questo pedale).
Ognuno vanta caratteristiche che lo rende diverso dall’altro ma tutti e tre possono dire di essere accomunati da un progetto costruttivo fatto da chi adora questo suono: i ragazzi della Surfy Industries conoscono i generi dove questo effetto viene usato e abusato. Tutti e tre, in barba alle imitazioni digitali spesso poco riuscite, rispondono alla dinamica della vostra mano, la molla vibrerà con più vigore quando la vostra plettrata sarà più vigorosa. Tutti e tre vi catapulteranno nel mondo delle onde californiane, potrete suonare i cantini, stoppandoli col palm mute, e godere del suono che ricorda le gocce di acqua pura che cadono dentro un’enorme contenitore metallico posteggiato davanti ad una stazione di servizio nel deserto dell’Arizona oppure arpeggiare e far cadere ai vostri piedi anche la più insensibile delle donzelle tra il pubblico.
Tutti e tre vengono forniti con il loro alimentatore da 12volt, in una scatola robusta con le istruzioni e lìimmancabile adesivo con il logo dell’azienda.
Tutte le info sui prodotti e dove trovarli li trovate all’interno del loro sito, dove ci sono anche i dettagli per averlo direttamente dall’Italia. Buona surfuta…



 
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