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Paiste, Master Dry & Extra Dry Ride: test comparato
Paiste, Master Dry & Extra Dry Ride: test comparato
di [user #116] - pubblicato il

Estremamente versatili e ciascuno con le sue precise peculiarità, i nuovi ride Paiste della serie Master Dry ed Extra Dry sono accomunati da una pasta di suono che possiamo descrivere con questi aggettivi: definita e molto precisa. Assecondano anche il playing più articolato ed estroso senza mai togliere eleganza al suono e debordare nell’arrangiamento. Infatti, il loro pregio maggiore è che il suono resta sempre controllato. Scopriamoli in questo test comparato.
Non appena estratti dalla confezione, restiamo stregati dalla finitura di questi piatti: impossibile restare indifferenti. Colpisce l’effetto visivo dei cerchi concentrici grigi che si stagliano sulla brillantezza del bronzo sottostante e fanno pendant con l’elegante grigio uniforme della parte inferiore del piatto.
Questi piatti pur nella loro complessità di differenti sfumature, hanno una versatilità estrema comune.
Due aggettivi, su tutti, sembrano accomunarne le pasta di suono: definiti e molto precisi.
Pur non sentendoci di negar loro alcun tipi di applicazione stilistica (nel rock e derivazioni estreme sono uno spasso) in stili musicali moderni tipo R&B, HipHop, Pop e Funk ci sono sembrati superbi. Assecondano anche il playing più articolato ed estroso senza mai togliere eleganza al suono e debordare nell’arrangiamento.
Infatti, il loro pregio maggiore è che il suono resta sempre controllato.
Il feel sulla bacchetta è morbido e piacevole da suonare. Si gode con un ping caldo e pronunciato ma che coincide sempre con un carattere asciutto del suono che non straripa nemmeno quando si  suona con tanto vigore: una gioia per i fonici! In tante situazioni, infatti, la voce dei piatti finisce fuori controllo sovrastando il suono dei fusti. Dal vivo, soprattutto se il batterista è particolarmente energico, si rischia che il suono dei piatti  rientri nei microfoni dei colleghi musicisti presenti sul palco, scatenando problemi  e grattacapi per i fonici. 
Ovviamente, la loro predisposizione a un suono sempre controllato non inficia la  gamma dinamica e di feel che ci si aspetta da un ride tradizionale.
Questa una serie di considerazioni generali che ci sembrano descrivere le caratteristiche comuni e il carattere dell’intera serie. Ora scopriamoli nel dettaglio.

Paiste, Master Dry & Extra Dry Ride: test comparato

Dry 20”
E’ il piatto con più brillantezza. Ha il sustain più spiccato di tutti, morbido alla bacchetta e con il suono definito che abbiamo appena decantato.
Data anche la dimensione, se suonato con energia tende a crashare con un bel volume e il suono che decade velocemente.
Ha un’ottima gamma dinamica colpendolo con la punta. La campana ha un suono forte e compatto con una risonanza piuttosto prolungata. Il suono è caldo e questa è una caratteristica di tutta la linea. Fa di sicuro buona figura in ambito rock. Ma è spaziale sulle ritmiche funk.

Extra Dry 20”
E’ il  rocckettaro della serie. Ha  tutte le caratteristiche di un ride tradizionale, un decadimento istantaneo e un volume non eccessivo.
Forse, questo Ride è leggermente meno versatile del primo, di sicuro, consigliato a chi ha la mano un po’ pesante. Se suonato con la punta ha un buon corpo; il suono è ancora più scuro del primo e il feeling, colpendolo, è un risposta più più rigida, ferma. Per farlo crashare  - anche se non sarebbe il suo lavoro - c’è proprio bisogno di forza. Il suono della campana è più controllato del Dry 20” e ha un volume leggermente inferiore.

Extra Dry 21”
Eccoci al piatto più versatile di tutti. Pare unire le migliori caratteristiche  dei due appena visti con il valore aggiunto di una dimensione sonora ancora più generosa.  Questo piatto ha tanto corpo, tanta ciccia. Scuro quanto basta, si apprezza per una voce delicata pur essendo un extra dry.  La campana ha un ottimo volume, un bel sustain e crashandolo si ottengono suoni cupi e decadimento immediato.
Super flessibile ma con una sua spiccata identità. Il nostro preferito.

Paiste, Master Dry & Extra Dry Ride: test comparato

Dry 22”
In questa serie dalle sonorità scure, un altro piatto che si apprezza per la brillantezza, definizione e grande versatilità. Il feel con la bacchetta risulta morbido e il suono è incredibilmente dolce. Come tutti i ride di queste dimensioni la campana ha un volume importante e il sustain è il più lungo della serie. Buona definizione con la punta e al crash suona molto potente con il suono che decade rapidamente.  

Extra Dry 22”
Consigliatissmo per chi suona tanto live, magari in piccoli club. Il volume è il più basso della serie ma tutte le gamme dinamiche sono restituite intatte a ogni colpo di bacchetta.
Questo extra dry mette davvero in risalto il suono della bacchetta: nonostante il decadimento immediato e il volume ridotto, davvero, non perde nulla in termini di calore e musicalità. Il piatto da una sensazione di controllo e un ottima precisione al suono. Non crasha praticamente mai, neanche se suonato con molta energia. La campana ha un bellissimo tono, decade velocemente e ha un ottima definizione.  Super versatile,  come  l’Extra Dry 20” può essere d’aiuto a chi ha la mano pesante.



Test e approfondimenti di Jonathan Vitali
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