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Chi ha inventato davvero il tapping
Chi ha inventato davvero il tapping
di [user #17844] - pubblicato il

Non è stato Eddie Van Halen e nemmeno l’italiano Vittorio Camardese. La nascita della tecnica del tapping va ricercata ancora più indietro nel tempo.
Picchiare con le dita sulle corde all’altezza dei tasti e godere delle note che ne risultano è una delle intuizioni più esaltanti per un chitarrista.
Ottenere suoni dallo strumento senza pizzicare le corde e sfruttare entrambe le mani per estendere le proprie possibilità espressive stravolge il senso stesso di una chitarra e per lungo tempo molti chitarristi sono stati convinti che si dovesse tutto al pioniere Eddie Van Halen. La recente riscoperta di un talento nostrano che aveva proposto una tecnica molto simile oltre un decennio prima della rockstar olandese ha riempito d’orgoglio la comunità chitarristica italiana. A ben vedere, le radici del tapping sono fondate ben più indietro nel tempo e quelli che seguono sono solo gli esempi meglio documentati di tapping ante-litteram.

Chi ha inventato davvero il tapping

La tecnica del tapping, intesa come la produzione di un suono mediante la pressione di una corda contro una tastiera (hammer on), non è affatto una novità degli ultimi decenni. Qualunque musicista di strumenti a corda con tastiera prima o poi realizza che, picchiando con un dito senza necessariamente pizzicare la corda o sfregarla con un archetto, è possibile produrre un suono. Svilupparla fino a condurla a servizio di un’esecuzione musicale di senso compiuto sta solo alla sensibilità dell’artista.
Tuttavia, la difficoltà nel trascrivere tali tecniche e l’impossibilità di documentarle prima dell’invenzione della registrazione audio e video hanno relegato tali “effetti” in secondo piano, salvo poi vederli ciclicamente riscoprire da musicisti in vista.

In ordine di tempo, pare che il primo esempio filmato e registrato di tapping eseguito su uno strumento a corda sia da ricondurre a Roy Smeck, virtuoso dell’ukulele che ne diede un saggio molto chiaro nel film Club House Party, del 1932. I tasti minuscoli e il sustain ridotto di un ukulele non sono certamente il massimo per evidenziare l’effetto, ma si può intuire come nella tecnica di Roy si nascondano già tutti gli elementi del moderno tapping.



Lo strumento elettrico è senza dubbio un terreno più fertile per il tapping, grazie alla minor forza necessaria a produrre un suono dal volume apprezzabile e al suono, in generale, più compresso e dal sustain maggiore.
Jimmie Webster, chitarrista jazz e impiegato presso Gretsch nel campo della progettazione e del marketing, negli anni ’50 era solito usare la mano destra per suonare accordi e melodie sopra la tastiera della sua archtop per sfruttare così polifonie e articolazioni simili a quelle di un pianoforte.
Webster chiamava la sua tecnica “Touch System” e pubblicò anche un manuale intitolato “Touch Method for Electric and Amplified Spanish Guitar”. L’aveva imparata da Harry DeArmond, che a sua volta l’aveva raffinata allo scopo di dimostrare la dinamica dei suoi pickup magnetici.



La prassi di suonare corde a pressione sulla tastiera era così fondata in determinate piccole cerchie di musicisti che - pochi lo sanno - uno strumento appositamente congegnato vide la luce quasi di pari passo con la chitarra solid body tradizionale, pur senza riceverne gli stessi onori.
Era il 1957 quando Dave Bunker depositava il brevetto della doppio-manico Duo-Lectar: sei anni dopo la Telecaster, cinque dopo la Les Paul e tre dopo la Stratocaster).

Il curioso strumento aveva nel manico inferiore il compito di accompagnare con una linea di basso e una semplice ritmica, mentre il più ampio manico superiore era riservato ad accordi e solistiche con un sound simile a quello di una lapsteel, ma con una struttura che oggi può ricordare quello delle moderne chapman stick divenute famose grazie a musicisti come Tony Levin.



Solo il decennio successivo vede il primo italiano portare in TV la tecnica del tapping. Parliamo della nota esibizione di Vittorio Camardese, medico radiologo e chitarrista amatoriale che, in una trasmissione andata in onda nel 1965, mostrava il suo peculiare modo di suonare la chitarra classica.
Decisamente avanzato per tecnica e meccanica, Camardese ne dimostrava sia gli utilizzi ciclici sviluppati per pattern che caratterizzano la scuola vanhaleniana, sia quelli puramente melodici che oggi si possono ricondurre al filone acustico in cui una mano si occupa di accordi e melodie e l’altra delle linee di basso.



La recente riscoperta di Vittorio Camardese da parte del pubblico del web non tiene conto di una seconda esibizione avvenuta ancora più avanti nel tempo.
Il radiologo ha partecipato anche a Telepatria International, programma di Renzo Arbore andato in onda alla fine del 1981. Ciò accadeva nel pieno del fenomeno Eddie Van Halen che portava il tapping nelle case di tutti i chitarristi elettrici, purtroppo la trasmissione è durata solo per tre puntate e non ha avuto seguito né particolare risonanza.



Eddie Van Halen, dalla sua, non ha mai detto di essere stato l’inventore del tapping. È ormai opinione comune che il suo merito sia stato piuttosto portarne le sonorità all’attenzione del grande pubblico nel pieno boom della chitarra elettrica solista, ammiccando peraltro alle sonorità degli arpeggiatori synth tanto in voga in quegli anni.
In una recente intervista, è lo stesso Van Halen a raccontare come si sia avvicinato a tale tecnica, in maniera del tutto istintiva.



In un excursus tra i pionieri del tapping su chitarra è impossibile non citare Stanley Jordan. A lui va la menzione d’onore per aver sviluppato la tecnica in una logica del tutto atipica per la categoria. Anziché sfruttare le meccaniche insite nella chitarra per produrre sonorità e fraseggi più intuitivi come quelli di Van Halen, ha affrontato lo sviluppo di melodie e armonie con un approccio del tutto pianistico, dove due mani - talvolta su due strumenti separati - lavorano su registri diversi, una all’accompagnamento e una alla parte solista, sviluppando quanto seminato da innovatori come Jimmie Webster e Dave Bunker ben oltre l’immaginabile.

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