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La buca della verità
di [user #31] - pubblicato il

Sono secoli che nelle chitarre la buca è un elemento costruttivo al quale i liutai non fanno mancare le loro minuziose attenzioni. Stiamo parlando di quel grande foro di forma circolare che interrompe il piano armonico, e nel quale a tutti i chitarristi sarà cascato almeno una volta il plettro, obbligando poi a buffe manovre di recupero. La buca è stata in origine oggetto di abbellimenti e decorazioni estremamente elaborate, come quella che si può apprezzare in questa riproduzione di chitarra rinascimentale, opera del liutaio Bruné:

La storia ha peraltro mostrato un’evoluzione nel senso della pulizia e del rigore stilistico, direzione perorata in Europa dal grande Antonio de Torres, fino ad arrivare al minimalismo di certe Martin d’oltre oceano. Ma proprio quest’ultima casa ha mostrato ancora di recente di non essere del tutto immune dalla tentazione di incorniciare riccamente o addirittura di riempire quello spazio vuoto, esteticamente insignificante, di cui stiamo discorrendo. Ne è esempio la buca di questa particolare chitarra celebrativa, la milionesima realizzata dalla casa di Nazareth:

Ma non è sugli aspetti estetici e decorativi che vi voglio intrattenere, quanto piuttosto su forme, quantità e dimensioni di tal elemento. Ciò per verificare, senza pretese di completezza e rigore scientifico, l’esistenza di “una verità”, come già anticipato nel titolo. A riguardo della buca sono state elaborate teorie di fisica riguardanti la sua funzione di via d’uscita della “colonna d’aria” messa in movimento dalle vibrazioni indotte nel piano armonico dal movimento delle corde. Ed altre speculazioni sono state fatte anche in ordine alle riflessioni delle onde sonore che avvengono all’interno del corpo dello strumento, nell’intento di capire come recuperarne l’energia da indirizzare in modo efficiente verso gli ascoltatori, a rinforzo del lavoro svolto dal piano armonico. A porre nelle giuste proporzioni tali studi interviene la natura complessa della chitarra che, per materiali utilizzati e conformazioni, oltreché per l’assenza di un “unico suono” di riferimento e di “genere musicale” di vocazione, li confina a mere indicazioni di procedimento, lasciando libero il liutaio di seguire quella che è la sua personalissima migliore strada.
Non è necessario scomodare la statistica per affermare senza timore di smentita che la buca di forma circolare, di media dimensione, è la conformazione più diffusa, e ciò potrebbe far ritenere che in quella buca stia la verità che cerchiamo. Ma, se avrete la pazienza di seguirmi in questo sentiero fotografico, vedrete che i dubbi in merito a tale assunto non sono né pochi né di poco spessore. Molti sono infatti gli esempi di soluzioni alternative e, a leggere le dichiarazioni dei rispettivi costruttori, ognuna comporta dei benefici rispetto alla buca di forma classica.
Incominciamo quindi il nostro viaggio inoltrandoci nel mondo delle chitarre a tavola armonica piana, senza stare a distinguere tra corde in nylon e metallo, anche se ciò è una forzatura non da poco, considerandone il differente tiraggio. Vediamo subito un esempio in antitesi: la chitarra con piano armonico intatto, volto a massimizzare e rendere uniforme l’area vibrante frontale, così come T. Bills ha fatto con la sua G-2:

La chitarra dispone solamente di un’apertura ricavata nella fascia, all’altezza della spalla superiore. Questa permette all’esecutore di udire il proprio suono e, contemporaneamente, di lasciar sfiatare la cassa, annullando la resistenza che eserciterebbe l’aria in essa contenuta. Questa “side port”, l’apertura laterale, è una soluzione che negli ultimi anni si può incontrare sempre più di sovente, anche nelle chitarre dotate di buca anteriore e nelle archtop. Eccone il particolare:

Mettendo da parte questa impostazione radicale, la quasi totalità dei liutai non rinuncia a realizzare una buca nel piano armonico, magari spostandola dalla tipica posizione centrale. Ne è esempio questa chitarra classica, modello C3, del liutaio M. Greenfield, che posiziona la buca nella zona della spalla destra (si noti la presenza nella fascia del “sound port”):

C’è poi chi preferisce interrompere la sezione dei bassi, come McPherson, che nella sua M3.5 abbandona anche la forma circolare per meglio seguire l’andamento dell’insenatura intermedia:

Troviamo anche chi, per non far torto a nessuno, la buca la raddoppia, ponendo simmetricamente due cavità di forma aggraziata ai lati della tastiera. Questi è Teo Scharpach, con la sua chitarra classica:

Altri preferiscono aggiungere una seconda buca. circolare e dalle dimensioni ridotte, collocandola nella spalla del lato bassi, come M. Uchida:

C’è chi preferisce seguire idee di ordine grafico: nel caso qui di seguito mostrato si presume sia la ricerca della circolarità che abbia condotto il liutaio Kaminski a realizzare buche di forma e collocazione del tutto inconsuete (si noti altresì la tastiera “a ventaglio” e la posizione del ponte, che ne fanno uno strumento “multidiapason”):

Abbiamo poi chi di due sole buche non si accontenta e, liberatosi dai tradizionali schemi, ne adotta ben tre, di forma ellittica, così come ha fatto S. Schwartz per la sua Oracle:

L’impostazione “multibuca” più famosa, per il grande successo commerciale ottenuto, è quella che mister Kaman, il fondatore della Ovation, propose per la linea di punta a marchio Adamas. In quel caso le aperture, simmetricamente disposte nel piano armonico, arrivano ad essere ben ventidue, come mostra questa “30th anniversary”:

Terminiamo questa passeggiata nel mondo delle chitarre a tavola piana con una foto risalente agli inizi del secolo scorso, che vede ritratte due ormai mitiche chitarre “di frontiera”. Il suo ideatore, l’italiano Mario Maccaferri, le volle realizzare con buche tra di loro del tutto diverse per forma e dimensione. Le ben conosciute “petite bouche” e “grande bouche” che tutt’ora impazzano, sull’eredità di Djiango Reinhardt, nella musica “manouche”:

Lasciamo ora le flat-top per andare a vedere se almeno nel mondo delle archtop riusciamo a rinvenire l’agognata “verità”. La maggioranza dei chitarristi, quando parla di archtop, o più comunemente di “chitarra jazz”, ha in mente quello strumento che somiglia ai violini, con due belle buche a forma di “effe” poste a lato del ponte. Proprio come si stagliano in bell’evidenza in quest’esemplare del liutaio Unger, denominato White Lightning per l’insolita finitura bianca:

Volgendo lo sguardo agli inizi del ‘900, cioè alle origini di questo tipo di chitarra, scopriamo però che i primi esemplari non avevano le due “effe”, bensì una buca di forma ellittica posta in zona centrale. E’ una soluzione che ancor oggi si può vedere adottata per strumenti puramente acustici, ma che qui ammiriamo in un esemplare di “Style O” del 1918 realizzato da un grande nome delle archtop, cioè Gibson:

Fu la stessa Gibson, con il determinante intervento di Lloyd Loar, che abbandonò la buca centrale quando, a metà degli anni ’20, introdusse la archtop per antonomasia, il modello L-5, del quale qui possiamo vedere un esemplare del 1933:

Già negli anni ’30 il grande maestro John D’Angelico, nella ricerca di un personale tocco stilistico, trasformò le “effe” in più filanti “esse”, soluzione che fu particolarmente cara al suo diretto successore ed eccelso liutaio James D’Aquisto. Di quest’ultimo vediamo le “esse” di una New Yorker del 1973:

A James D’Aquisto dobbiamo l’avvio dell’era moderna della archtop. Nella sua ultima fase creativa, iniziata a metà anni ’80 e conclusasi con la sua morte avvenuta nel 1995, egli sperimentò forme nuove e decorazioni meno ridondanti. Ed in questa attività di ricerca egli non trascurò le buche, che assunsero così nuovi andamenti. Il primo esempio del “nuovo corso” è la Avant Garde, con buche ellittiche:

A questa chitarra seguì a breve il modello denominato Solo, dove le buche si ampliano verso il basso, mantenendo una giunzione intermedia:

Infine comparve la Centura, con buche dal taglio più netto, spigoloso ed in unica ampia apertura:

Quest’ultima soluzione la troviamo applicata da uno dei più quotati newyorkesi viventi, John Monteleone, il quale però ha preferito capovolgere le due aperture. Ecco la sua Radio Flyer:

A quali esigenze sonore questo ribaltamento corrisponda non sappiamo, ma sappiamo invece che, già a fine degli anni ’50, nella cara vecchia Europa, i tipi della Hofner adottavano una soluzione del tutto simile, anche se in forme più arrotondate. Sono gli “occhi di gatto” del modello 462, qui in un esemplare del 1955:

Questa impostazione “reverse” sembra essere molto gradita alla Hofner, che l’ha mantenuta nel tempo, estendendola peraltro verso le spalle, così come mostra questa Jazzica di produzione attuale:

In quei fervidi anni ‘50 la medesima casa tedesca inserì nel proprio catalogo una versione di archtop che, oltre ad avere una piccola buca ovale in posizione centrale, un po’ come le Gibson degli albori, mostrava due buche dalla forma alquanto particolare. Queste trovavano ispirazione da uno strumento rinascimentale, la viola d’amore. Era il modello 461, qui in un esemplare di fine anni ’50:

Risulta ormai chiaro che le tradizionali “effe” ed “esse” non rappresentano la verità che cerchiamo. Ed allora possiamo serenamente volgere lo sguardo a quanti le “effe” le hanno riviste esasperandone la forma, peraltro ancora riconoscibile. Uno di questi è Kunkel, che in questa Jazz Decò le rende spigolose e disassate:

Ed ancor più in là si è spinto il liutaio svizzero Pagelli, che Bob Benedetto considera uno dei più grandi creativi contemporanei, che nella sua Jazzability effettua un esercizio di stretching che va ben al di là delle sole due buche:

Altri ancora hanno esplorato soluzioni “multibuche”, con forme dalla grafica elegante e morbida. Uno di questi è Rizzolo, che raddoppia il disegno già visto sulla Hofner Jazzica:

Robert Benedetto, abbandonando totalmente le “effe/esse”, ha delocalizzando le aperture, ed è andato a liberare i fianchi dello strumento, intervenendo invece nella spalla dei bassi e nella pancia degli acuti, con un gradevolissimo risultato, equilibrato ed elegante, come vediamo nella sua 35th Anniversary:

L’ultimo esempio di “multibuca” che propongo è opera di J. Monteleone, che con questa Quattroport, ha sperimentato i limiti delle aperture laterali:

A questo punto del cammino, con grande disincanto, possiamo tranquillamente affermare che i costruttori di archtop, specie quelli attuali, hanno abbandonato la tradizione, mostrando una libertà creativa ancor maggiore dei loro colleghi costruttori di flat top. Ma non possiamo terminare il nostro excursus senza ammirare una creazione estrema, che si pone come forma di confine tra archtop e flat top. E’ la chitarra che il liutaio Pagelli ha creato per ed in collaborazione con il musicista Louis Christ, con buca centrale e due “effe” quasi nascoste. Come suonerà? Di sicuro è un oggetto d’arte:


E qui ci ritroviamo, alla fine del nostro cammino, a trarre la conclusione che una “buca della verità” non esiste. Possibile? Ma non avrò sbagliato il titolo? Eh sì, adesso che ci penso… bastava andare fino a Roma ed interrogare la sola ed unica “bocca della verità”! Scusate.

chitarre semiacustiche
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