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Gibson L-5 1949 - cinquant'anni portati con leggerezza
di [user #31] - pubblicato il

Immagino che i puristi del vintage aggrotteranno la fronte alla vista delle foto di questa archtop. La causa di tale reazione è costituita dagli interventi che essa ha subito, e in particolare, da un upgrade chiamato PAF. Peraltro questa chitarra presenta alcune curiose caratteristiche che costituiscono la testimonianza del periodo che Gibson e le altre manifatture americane hanno attraversato negli anni in cui gli USA furono impegnati nella seconda guerra mondiale, con una coda che ha interessato anche gli anni immediatamente successivi. Questo per quanto riguarda l’oggettività delle cose.

Viceversa, se entriamo in un campo più emozionale, questa è una chitarra che ha un fascino tutto suo, fatto di profumi e di segni che i tanti anni da lei trascorsi on the road le hanno lasciato. Quando ne sono venuto in possesso, agli amici che me ne chiedevano notizia ero solito dire che, se la mia Buscarino Monarch è paragonabile a un’elegante signora bionda in abito da sera, questa L-5 è come la matrona del bordello del porto, che tante avventure ha vissuto e tante storie ha da raccontare.

Parlare di Gibson è come parlare della storia della chitarra moderna, e parlare di L-5 è parlare “della” chitarra archtop, la chitarra del jazz. La L-5, come ebbi modo di scrivere in un precedente articolo, diede l’avvio a quel processo che, a partire dalla metà degli anni ’20, portò la chitarra a scalzare il banjo dalle big band quale strumento ritmico-armonico, per poi assurgere, grazie all’introduzione del pickup magnetico e dell’amplificazione, e con le mani di quel grande che fu Charlie Christian, a strumento di piena dignità anche dal punto di vista solistico.

Questa Gibson data 1949, come dimostra innanzitutto il numero di serie iscritto nel cartiglio ovale visibile sbirciando dalla “effe” dei bassi: A-3995 è il numero, che si colloca nella serie con quell’affisso “A” adottato nel 1947. Da quel che è dato a sapere il primo numero usato nel 1949 fu il 2666 e l’ultimo il 4413. All’epoca il numero di serie non veniva impresso nei legni (es. dietro la paletta), come avvenne invece in seguito. Il cartiglio mostra un’altra particolarità: all’indicazione del modello L-5, apposta con un timbro a inchiostro, è stata fatta seguire, con iscrizione a biro, la lettera “- C”. Quest’iscrizione, che proprio perché apposta a biro dimostra la sua infrequenza, sta a indicare che la chitarra è cutaway, cioè con spalla mancante (caratteristica comparsa sulle L-5 dal 1939 con la serie L-5 Premier, con la “P” che diventa “C” a partire dal 1948). Oggi può stupire il fatto che la normalità in quegli anni fosse la chitarra “intera”, specie per la L-5 che sembra nata con la spalla mancante, tanto è armoniosa nella forma e ben proporzionata, ma così non era. Il successo via via crescente fece si che la “C” scalzò la versione intera dalla produzione, che cessò infatti nel 1958.

Ma com’era la L-5 prima di quella qui mostrata e di quelle del periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale? E quelle più moderne, diciamo da metà ’50 in poi? Erano poi così diverse? Vale la pena allora descrivere questa ’49 fornendo contemporaneamente qualche riferimento in parallelo, in modo che si possano ancor di più apprezzare le sue peculiari caratteristiche.

Partiamo dalla cassa: questa è di misura classica, ovvero di 17 pollici, misura intermedia adottata nel 1929 e considerata tutt’oggi ottimale. In origine la L-5 era più piccola, misurando 16” (come la 175 per intenderci). Il piano armonico in abete è scavato da pieno (hand carved) e ottimizzato da mani sapienti. Si presenta a venature regolari, non troppo fitte, ed è di spessore ridotto. Credo che quest’ultima caratteristica sia tipica degli strumenti nati acustici, cioè senza pick-up. Tale caratteristica conferisce alla chitarra una notevole leggerezza, ben lontana dalla presenza fisica di quelle più moderne. Sicuramente il piano armonico è stato ispessito, dagli anni ’50 in poi, al fine di reggere meglio le forature necessarie al montaggio dei due pick-up e dei relativi controlli, e anche per meglio resistere ai problemi di feedback sempre più presenti con l’aumento dei volumi di amplificazione. Un piano armonico di questo tipo fa sì che mal sopporti set di corde di scalatura sostenuta: al di sopra dello 011” – 052” questa chitarra tende a spegnersi, a perdere armonici e sustain. Il legno di fasce e fondo è sì mosso in modo parsimonioso, senza mostrare quelle evidenti fiammature che capita di vedere sugli strumenti di pregio. E’ comunque risaputo che i legni utilizzati da Gibson nelle versioni in tinta fossero di minor qualità estetica rispetto alle chitarre in finitura natural, per le quali veniva applicato un sovrapprezzo. Per quanto riguarda la catenatura, la L-5 nacque con l’impostazione parallela (in realtà si tratta di una “A” senza trattino), poi abbandonata per la nota X e reintrodotta a partire dai primi anni ’40.

L’attaccacorde, dorato e inciso, mostra un foro centrale nella sua parte bassa: si tratta del Varitone, un congegno a leva che permette di variare l’angolazione delle corde rispetto al ponte e, così facendo, permettere la regolazione della pressione che le corde esercitano sulla tavola armonica. Tale foro consente appunto di agire sulla vite di spinta del leveraggio. Il Varitone venne dismesso a partire dal 1954, e sparì contemporaneamente il foro.

Sbirciando dalla buca a effe dal lato dei bassi si vede l’etichetta di forma ovale: questa è di carta bianca, colore adottato nel periodo compreso tra il 1947 e il 1954. Del pickup parlerò dopo, ma va subito detto che nel 1949 quel tipo di pickup doveva ancora essere inventato (il PAF è dell’autunno del 1957).

Il ponte è in palissandro, regolabile solo in altezza, e venne in seguito sostituito dal Tune-o-matic che, in versione ibrida, cioè non montato direttamente sulla cassa ma su un piede in ebano che funge da interfaccia con il piano arcuato, divenne lo standard dalla fine anni ’50 in poi. C’è da notare che Gibson perseguiva la compensazione dell’intonazione con una forma della parte superiore del ponte a scalini. Tale soluzione non era peraltro condivisa da tutti i costruttori: per esempio John D’Angelico utilizzava la versione rettilinea, inclinata rispetto alla direttrice delle corde, come si vede in queste immagini. Questo ponte è quindi atipico per Gibson, ma la qualità e l’apparente stagionatura del legno di cui è fatto, accompagnate con un paio di altre singolarità che vedremo, non mi consente di escluderne del tutto l’originalità.

Questo argomento si collega alle caratteristiche di manico e tastiera. Quest’ultima è in palissandro, legno del tutto singolare per la L-5. Nel periodo seguente il secondo conflitto mondiale, e precisamente tra il 1947 e il 1949, Gibson dovette fronteggiare un periodo di scarsità di approvvigionamento di legname esotico pregiato, ripiegando così sui materiali disponibili. In quegli anni vennero anche prodotti esemplari di L-5 con scalatura ridotta (24” e ¾) rispetto allo standard di 25” e ½, standard al quale questa chitarra è conforme. Ultima particolarità è costituita dal manico costruito in un sol pezzo di acero: la regola sulle L5 è l’assemblato di due o tre pezzi. Le dimensioni e la forma, le proporzioni non esasperate, conferiscono una comodità d’utilizzo decisamente al di sopra della media.

Infine la paletta: questa mostra con evidenza un'angolatura più pronunciata (fino a -20°) rispetto alle L-5 successive al 1965, anno dal quale l’angolazione fu ridotta a -14°. Inoltre la paletta si assottiglia visibilmente verso l’estremità, caratteristica che Gibson ha abbandonato da metà anni ’50 a favore di un design a piani paralleli.

La finitura anteriore della paletta presenta la classica copertura del tendimanico a forma di campana e il canonico intarsio in madreperla raffigurante un vaso di lys. Il logo Gibson è già nella versione modernizzata introdotta nel 1947, che ha sostituito quello in corsivo ed è caratterizzato dalla coda sulla G, il punto dell “i” connesso con la G, la “b” e la “o” aperte, e il legame che unisce in basso la “on”.

Assolutamente non originali, sebbene ormai molto “vissute”,  sono le meccaniche Grover che andarono a sostituire le originali Kluson in plastica simil-madreperla, dalla caratteristica forma a tulipano.

La sostituzione delle meccaniche non con le originali, ma con altro tipo, ci porta a soffermarci sulla più evidente profanazione: il pickup. Ebbene, chi ha posseduto in origine questa chitarra, che considerandone lo stato di usura generale doveva essere un professionista, non ha avuto troppe remore a sostituire il pickup sospeso del quale la parte terminale del manico conserva traccia (probabilmente il De Armond tanto in voga in quegli anni tra i jazzisti) con uno montato on board. Quello che si vede è uno dei mitici PAF delle origini, così come di quegli anni sono potenziometri. Il pensiero corre subito al grandissimo Wes Montgomery che ebbe due L-5 a un solo pickup costruitegli appositamente da Gibson (caratterizzate anche da un intarsio protettivo in madreperla, uno a forma di cuore e uno a forma di diamante, posto nella zona dove egli era solito appoggiare le dita della mano destra). A differenza di quelle, su questa chitarra i due potenziometri sono collocati tra la buca a effe e il bordo, soluzione che, sebbene per il loro utilizzo richieda un maggior spostamento della mano, preserva maggiormente l’acusticità del piano armonico, evitando di forare e appesantire ulteriormente la zona vibrante prossima al ponte.

Il suono di questa chitarra si caratterizza per un timbro unplugged piuttosto vivace, con un buon volume e sustain, non troppo pieno, riconducibile a quello di una flat top alla quale si sostituisce la brillantezza con un velo di morbidezza. Si presta così piuttosto bene a un compito di accompagnamento in strumming leggero o in arpeggio. Su questa base timbrica il lavoro del pickup propone un attacco morbido, con un timbro caldo e bilanciato, con parecchio alone armonico, negando però la possibilità di produrre accordi percussivi, quasi pianistici. Per dare un’idea del suono posso indicare la prima incisione di Wes Montgomery (WM Trio, ed. Verve), e di quella in particolare i brani "‘Round midnight" e "Whisper not", nonostante Wes pare suonasse con scalature particolarmente sostenute.

Qualche considerazione conclusiva. Per anni sono stato piuttosto distaccato dalla produzione Gibson, per la quale non ho mai avuto una grande attrazione. L’acquisto di questa L-5 è stato il modo per scacciare il pentimento causatomi dalla vendita di una bella Guild Artist Award. Decisi così che fosse giunto il momento di provare ad approcciarmi alla L-5 o alla Super 400. In quell’occasione mi trovai al bivio tra l’immacolata originalità di strumenti più recenti, diciamo anni ‘70/’80, e il suono di questa ’49 profanata. La mia scelta è sotto i vostri occhi.

La vicenda mi spinge a proporre la lettura di una bella lettera scritta da George Gruhn (tutt’ora rinvenibile sul suo sito, sezione newletters con il titolo “Collectors vs. musicians”, a data 28/09/2006) circa il diverso modo di vivere il rapporto con lo strumento tra l’amatore (o collezionista) e il professionista. Accade che quest’ultimo sovente veda nella chitarra esclusivamente un attrezzo necessario a tirar fuori di che vivere, e in quanto tale propenso a far apportare senza remore quelle modifiche e interventi tecnici, anche molto invasivi, ritenuti necessari.

Infine, segnalo a quanti volessero approfondire le proprie conoscenze sulla L-5 un buon libro a essa dedicato da Adrian Ingram, in lingua inglese, facilmente acquistabile in rete.

Dopo tanti anni trascorsi su chissà quanti e quali palchi d’oltreoceano, questa chitarra ha modo di riposare in ambiente confortevole e raccontare le più tranquille storie che io le so chiedere.

chitarre semiacustiche gibson l5
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Evoluzione storica della chitarra
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